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30 marzo 2007, arriva nei cinema Centochiodi di Ermanno Olmi

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Sono passati 11 anni esatti da quando Centochiodi arrivò nei cinema. Qualcuno (molti, in realtà) volle interpretarlo come una sorta di “ultimo messaggio” del regista (76 anni al tempo) che abbandonava con quest’opera le trame di finzione per dedicarsi esclusivamente al cinema documentario.  A noi piace ricordare questo film, per molti versi introspettivo ma comunque epico, che così bene ha saputo raccontare della vita di un paese del Grande Fiume e dei rapporti che nascono, vivono e se ne vanno sulle sue sponde. Vi raccontiamo di Centochiodi usando le parole di Elisa Battistini per il sito “Non ho sonno”

Il testamento cinematografico di Ermanno Olmi è una raffinata parabola che, come ogni parabola che si rispetti, va compresa nel suo significato profondo oltre all’evidente significato manifesto. Centochiodi racconta di un giovane e affermato professore universitario (un sorprendente Raz Degan) che decide di lasciare la carriera accademica, convinto che la verità filosofica che ha sempre cercato non abiti nei libri, bensì nell’immediato darsi delle cose. La distanza tra la pagina morta e la vita gli sembra troppo grande, d’un colpo inaccettabile. Così, dopo aver compiuto un gesto delittuoso inchiodando centinaia di libri miniati nella biblioteca storica dell’università, il giovane docente scompare. E se sulle sue tracce partono carabinieri e indagini, lui intanto trova ospitalità in una comunità piccola e umile sulle rive del Po. In breve, il professore diventerà il centro fondante di questa piccola società, un “salvatore” capace di dare senso al vissuto di quegli uomini semplici e di aiutare concretamente il prossimo. Per il filosofo sarà invece la scoperta che il contatto umano è un’esperienza primigenia che nessun libro può restituire. Ma anche che la narrazione ha il suo statuto di verità quando serve i bisogni dell’uomo.

Centochiodi ad una lettura superficiale e troppo semplice sembrerebbe dire che “Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”, affermazione che il professore fa di fronte a un maresciallo che nella sua vita ha letto pochi libri ma è felice. Ecco, se ci fermiamo qui, il significato di Centochiodi sarebbe banale e addirittura potrebbe sfiorare il qualunquismo. Ma Olmi, 76 anni e una carriera encomiabile alle spalle, non si ferma certo a questo. La parabola racconta ben altro ma come ogni racconto “allegorico” bisogna trovare la chiave per leggere oltre. Centochiodi racconta di un uomo che sente nella cultura del suo tempo l’incapacità di esprimere l’uomo e nutrirne l’animo. La comunità idilliaca, vicina alla vita, felice, rappresenta due istanze forti al fondo dell’arte e del pensiero (perciò sarebbe un errore leggerla “realisticamente”), cioè l’illusione di vita immediata che l’artista e il pensatore vagheggiano in contrapposizione con la fatica di narrare e dare forma, sia il mondo desiderato, l’eden, l’unità e l’armonia. Cioè, l’arte e il pensiero (in ciò regista e filosofo sono intercambiabili) nascono perché il mondo così com’è non ci piace, perché vorremmo che la sofferenza non esistesse, e per comprendere le ferite dell’animo. In questo senso la scena del valligiano che chiede al professore (ribattezzato “Gesù Cristo”) di narrargli la parabola del figliol prodigo è semplicemente esemplare e commovente. Si fugge dalla cultura morta non perché, davvero, crediamo che i libri non servano e l’ignoranza sia beata, ma per riscoprire il senso vero della narrazione. Che deve servire l’uomo, deve dare forma alla sua esperienza, porsi come racconto fondativo (chiarissimo in questo senso il finale, in cui la comunità troverà nella narrazione delle gesta del suo “Cristo” la propria epica) oppure esprimere (come i disegni del pittore ritardato) l’interiorità. La cultura di cui ci parla Olmi non serve a comunicare messaggi e a convincere (nell’epoca della comunicazione che ammazza l’espressione vale la pena ricordarlo), ed è certamente cristiana e umanista. La commistione cristologica serve poi a dirci un’altra cosa, cioè che quando l’alienazione tra narrazione e vita è troppo grande bisogna tornare a farsi Cristo, a credere a tutto ciò che vedono gli occhi. Bisogna tornare quanto possibile all’uomo, alla vicinanza con le cose, a sospendere le mediazioni. Solo così si potrà ricominciare a narrare. Il film di Olmi è insomma un’opera coltissima e di estrema raffinatezza, che in fondo mette in scena e si fa carico del proprio paradosso, quello di essere esso stesso “Logos”. È questo lo scandalo, l’aporia dell’arte. E che di rivolto insolubile si tratti è proprio il film stesso a rivelarlo nella scelta impossibile tra piano simbolico e piano realistico. Il film rischia infatti di essere letto con troppa semplicità se consideriamo reale la comunità valligiana e non un “desiderata” del professore. Alla fine, in questo caso, si tratterebbe solo della cultura come fraintendimento della vita, come corruzione. Ma non è così. E a dimostrarlo chiaramente sono parecchi indizi cui prestare molta attenzione. Uno è molto chiaro: se la parola fosse solo corruzione, allora non capiremmo perché il professore smette di inchiodare i libri proprio leggendo una frase. Però, Olmi non risolve del tutto i due piani della parabola, non arriva a un’articolazione perfetta e il rischio di comprendere solo parte del senso è molto, troppo alto. Questo il “difetto” di Centochiodi. Che rimane però un film intenso, colto, profondo. Un’opera sincera, a tratti davvero toccante.

Centochiodi, di Ermanno Olmi, Italia, 2007, 92 minuti. Cast: Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattara, Damiano Scaini, Franco Andreani. Uscita: venerdì 30 marzo 2007