Home in Vetrina Il viaggio del Bucintoro dei Savoia

Il viaggio del Bucintoro dei Savoia

577
0
CONDIVIDI
A prua fa da polena un Narciso che si specchia nelle acque, affiancato da due vegliardi che versano acqua da due otri, personificazione del Po e dell’Adige (i due maggiori fiumi del Piemonte e del Veneto). (foto M. Veronesi)

Nelle scuderie juvarriane della Reggia di Venaria Reale fa bella mostra di se, il Bucintoro ordinato dai Savoia ai cantieri della Serenissima. Impostato forse nel 1730 negli “squeri”, o cantieri navali, come peota, (un tipo di natante molto diffuso, ed usato per la pesca e il piccolo cabotaggio).

Il Bucintoro dei Dogi veniva invece costruito nei cantieri dell’Arsenale della Serenissima. Il ricco progetto decorativo si deve ai veneziani Matteo Calderoni ed Egidio Goyel.  La barca torinese rimane oggi l’unico grande esempio dell’eccellenza dell’arte veneziana per le barche da parata, e per la loro decorazione scultorea e pittorica, dal momento che l’ultimo Bucintoro dei Dogi venne distrutto dal fuoco nel 1798.

Navigò per l’ultima volta nel 1842 in occasione delle nozze di Vittorio Emanuele II (1820-1878) con Maria Adelaide d’Austria (1822-1855). Venne donato da re Vittorio Emanuele II,  alla città di Torino nel 1873, trasferitosi ormai a Roma. Dopo un lungo restauro, finanziato dalla Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, costato 250.000 euro oggi è l’immagine della magnificenza del Settecento.

Il 2 agosto 1731, dopo le operazioni di carico e doganali, il Bucintoro lascia Venezia per raggiungere Torino risalendo il Po. Le statue dorate sono state protette con stoppa e tele cerate, gli arredi della peota smontati. Lo accompagnano in questo viaggio una gondola, e un burchiello, imbarcazione da carico che trasportava le decorazioni e l’armatura della barca smontate.  Disponeva anche di otto remi e di altrettanti scalmi per le manovre di attracco, mentre un grosso anello a prua indica la posizione del cavo di alaggio per il traino fluviale controcorrente.

Il comando del piccolo convoglio è affidato al veneziano Antonio Corrin, con lui viaggiano Antonio Brunello frate agostiniano responsabile del viaggio, incaricato della tenuta di un libro di bordo e della gestione delle spese di viaggio. Sono documenti che hanno permesso la ricostruzione particolareggiata del viaggio di risalita. Un carpentiere e quattro barcaioli. La risalita del Po prevede l’ingaggio degli “arzaioli”, compagnie di conduttori di cavalli e buoi che garantiscono il traino delle imbarcazioni lungo gli argini rialzati (alzaie) del fiume e dei canali, mediante cavi fissati alla sommità dell’albero delle imbarcazioni e l’aiuto di remi e rampini. Le istruzioni che frate Brunello ha ricevuto sono di viaggiare esclusivamente di giorno, fermandosi alle ripe (sponde) per le soste notturne e dormendo a bordo delle navi.

Sono frequenti gli incontri con imbarcazioni di doganieri degli Stati rivieraschi ai quali vengono esibiti i permessi, precedentemente procurati dallAmmiraglio del Po sabaudo, ma vengono anche pagati i dazi. Così è a Brescello, il paese che oggi noi conosciamo come paese di Peppone e don Camillo, dove le tre imbarcazioni sono controllate dal “Bergantino” dei doganieri del duca di Modena, che  utilizzano questo tipo di barca per la riscossione dei diritti di transito. (Il Bergantino era una imbarcazione con cassero semplice o doppio, che sembrerebbe derivare dal Bucintoro da carico, adibita all’esazione dei tributi e alla repressione del contrabbando sul Po. Generalmente ormeggiata presso i porti, con funzioni di sorveglianza, esazione tributi, ed appoggio a eventuali operazioni militari, infatti a bordo si trovavano sei soldati e due barcaioli).

Il primo tratto è di navigazione in laguna, a vela, toccando Ghioggia e Brondolo. Quindi, attraverso il traino con cavalli e risalendo i canali  il convoglio raggiunge Pontelagoscuro, il porto di Ferrara nello Stato delle Legazioni pontificie, e si immette nel Po, raggiungendo Brescello. Il 13 agosto il convoglio arriva a Cremona, supera Piacenza e il 14 è alla confluenza del Po con il Ticino. Qui il piccolo convoglio si ferma ed il carico viene trasbordato su due imbarcazioni di minor pescaggio, mandate incontro dall’Ammiraglio del Po di Torino.

Arrivo a Pavia del Bucintoro e della gondola, si noti il vecchio Ponte Coperto e la cupola del Duomo. (Stampa scuderie della Venaria Reale)

Il 15 agosto giorno dell’Assunta, Frate Brunello raggiunge invece con il Bucintoro  Pavia, che in quegli anni (non esiste ancora il naviglio pavese) funge da porto di Milano. L’agostiniano ci tiene infatti a visitare la basilica di San Pietro in Ciel d’oro, dove è custodita la sepoltura di Sant’Agostino (354-430) protettore dell’Ordine; (verso il 725 il suo corpo fu traslato a Pavia, ad opera del re longobardo Liutprando († 744)).

Il viaggio riprende, risalendo il fiume con traino di buoi, mandati da Casale: le sponde dei fiumi erano per legge tenute sgombre, per poter effettuare i rimorchi, lungo le alzaie. Il 26 agosto sono a Frassinetto, il porto di Casale, ormai in territorio sabaudo. Qui gli uomini possono finalmente dormire in un letto, ospiti del Direttore delle Gabelle. Il tratto da Casale a Torino è il più difficile della risalita, per la presenza di rocce in alveo, oltre alle difficoltà incontrate lungo tutto il percorso, come il superamento degli impianti dei traghetti e dei molini natanti, allora molto frequenti.

Alla fine del Settecento, per l’esenzione dalle imposte decretata a loro favore con l’intento d’incrementare l’industria, questi mulini aumentarono a dismisura, ma così si creò un pregiudizio alla navigazione e alle sponde. Le testimonianze storiche attestano la loro dislocazione lungo il corso del fiume Po e dei suoi affluenti dove fecero parte del patrimonio paesaggistico fino agli inizi del 900’ quando, a causa della comparsa sui fiumi della navigazione a vapore, dei battelli e dei rimorchiatori che necessitavano di grandi spazi, i mulini scomparvero.

Torino è raggiunta il 2 settembre dopo un viaggio di 32 giorni. Frate Brunello rimarrà ospite ancora qualche mese a Torino, presso l’Ammiraglio del Po, il tempo necessario al Primo Architetto di corte, il messinese Filippo Juvarra (1678-1736), per preparare la sua relazione, in cui indica come congrua la richiesta presentata in fattura dai rappresentanti dei costruttori veneziani di 19.597 lire di Piemonte, comprensiva delle spese di trasporto. E’ questo il documento d’archivio più dettagliato di cui oggi disponiamo.