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Venezia: l’emergenza è adesso

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Non conosciamo la proprietà e l’origine delle due foto che compaiono in questo articolo. Ce ne avete mandate talmente tante che siamo costretti a scegliere praticamente al buio. L’editore rimane a disposizione degli eventuali titolari dei diritti.

“Venezia è in ginocchio” sta dicendo in questi momenti il telegiornale. Le immagini che accompagnano i servizi, su tutte le reti, sono impressionanti: Piazza San Marco allagata abbondantemente al di sopra delle passerelle, le calli intasate di barche rovesciate, addirittura alcuni vaporetti incagliati con le eliche all’aria.

L’acqua alta è arrivata a +184: un fenomeno che non si vedeva dalla grande alluvione del 1951 (saranno trascorsi 68 anni domani) e che lascia pochi dubbi a proposito della minaccia che grava sulla città.

Non è migliore la situazione tutto intorno.

Nella Sacca di Scardovari “I pescatori hanno perso tutto. In poche ore una mareggiata terrificante, vento forte e tempesta hanno distrutto imbarcazioni e cavane. La situazione è disastrosa, in laguna non resta più nulla se non cumuli di legna spezzata che una volta componeva imbarcazioni o casette dei pescatori” scrive il corrispondente della Voce di Rovigo.

Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, nella notte appena trascorsa affermava di voler dichiarare lo stato di calamità, annunciava la chiusura delle scuole per oggi e chiedeva insistentemente un rapporto sulle condizioni del Mose, la diga che dovrebbe difendere la sua città.

Mose che “dovrebbe essere ormai completato al 96/97 per cento” assicura questa mattina il ministro dei rapporti con il parlamento Francesco D’Incà. Senza però dichiarare se il Mose stesso funzionerà oppure no. Domanda alla quale tentano di rispondere da troppi anni i cittadini e la stampa.

Ma Venezia è, in questa giornata che ci troviamo a vivere, soltanto la prima linea della guerra che si combatte tra la costa e il mare.

“Bisogna agire e bisogna farlo subito – recita uno studio appena pubblicato – non solo riducendo le emissioni di gas climalteranti in atmosfera (come l’anidride carbonica), ma anche attuando tutte le misure di mitigazione degli effetti potenzialmente disastrosi che si svilupperanno a causa dell’aumento delle temperature, in primis l’innalzamento del livello dei mari. Nessuna si senta escluso.

Quello qui sotto, ad esempio, è lo scenario di rischio che potrebbe verificarsi nel 2050 – al netto di opere di mitigazione, ma rende l’idea – nelle condizioni ‘migliori’ possibili: un drastico decremento delle emissioni di gas serra, una buona dose di fortuna e stime non pessimistiche.

Attenzione, non significa che tutte le aree in rosso si troveranno sott’acqua fra qualche decennio, ma che quelle aree, torvandosi al di sotto della futura linea dell’alta marea, sono aree che necessitano di un attentissimo monitoraggio e di azioni concrete preventive già da oggi. Come si vede, Delta, Basso Ferrarese, Portomaggiore e Argenta fino a lambire i confini del capoluogo sono aree considerabili a rischio”.

La mappa è stata elaborata da Climate Central, una organizzazione non-profit che si occupa dei cambiamenti climatici e i cui ricercatori hanno pubblicato a fine ottobre sulla prestigiosa Nature Communications un nuovo studio che perfeziona, con l’aiuto anche del machine learning, i modelli previsionali e l’elaborazione dei dati sulle coste.

Il messaggio rimane quello da anni espresso dalla comunità scientifica: agire subito e in maniera drastica per contenere il riscaldamento globale e limitare i danni. L’emergenza è adesso, il mare è già qui. E intanto lo Scirocco continua a soffiare.