Acqua: la crisi idrica mostra i limiti dello sfruttamento intensivo del territorio

by / sabato, 24 giugno 2017 / Published in ACQUA e TERRITORIO, CATTIVE NOTIZIE, IN VETRINA, PROGETTARE IL TERRITORIO
campo di girasoli secchi

di Andrea Dal Cero

Il Grande Fiume soffre: in montagna sembra un torrente e nelle valli tra Veneto ed Emilia Romagna scorre basso, stretto e lento quasi senza energia.

Il lago Maggiore è sotto di 40 centimetri rispetto ai livelli del 2016, al lago di Como ne mancano 35 rispetto allo stesso periodo. Il lago di Iseo ha un’altezza idrometrica di 78,5 centimetri contro una media 96.3 e ha un riempimento del 77%, mentre il lago di Garda ha un’altezza di 68,8 centimetri contro una media di 104,3 e un riempimento del 43,2%.

Avete letto e visto dappertutto quanto la situazione si sia fatta via via più difficile per gli allevamenti e l’agricoltura. Allevamenti intensivi almeno quanto intensiva è l’agricoltura delle regioni dell’intero bacino fluviale che da soli, allevamenti e agricoltura, si portano via più della metà dell’acqua del Po.

Forse la chiave di lettura di questo disastro che sta montando intorno a noi è proprio tutto nella parola “intensivo”. Coldiretti paventa la perdita del 40% delle produzioni agricole. Il Consorzio del Parmigiano Reggiano fa sapere che le mucche che gli forniscono il latte hanno un calo quotidiano di produzione almeno del 20%. Con chiunque se ne parli, la musica  è sempre la stessa.

E allora viene da pensare che lo sfruttamento intensivo del territorio sia arrivato al suo punto di non ritorno e che sia arrivato il momento di ripensare a come e che cosa produrre per ritrovare un equilibrio sostenibile tra produzione, consumi e ambiente.

Non è un esercizio di logica: è un’esigenza non più derogabile.

 

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