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Tirà piemontese: biscotti e ciambella

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La Tirà, foto dal sito merendasinoira

Complice la forzata permanenza in casa ci si potrà dedicare con più calma alla cucina, ritrovando qualche ricetta, scoprendone altre e passare così, tra piatti e fornelli qualche momento sereno.

Bene, quale ricetta? Sulle rive del grande Fiume, tra Crescentino e Fontanetto Po, vengono preparati dei biscotti chiamati Tirà, semplici ma buoni, presenti a Pasqua intinti in qualche liquore preferibilmente marsalato ma che vanno comunque bene sempre, da soli, con il latte e in ogni momento dell’anno, dalla colazione alla merenda.

La ricetta è semplice: 500 gr. di farina, 150 gr. di burro, 3 uova, 150 di zucchero e lievito, un tempo di birra, recentemente sostituito dal più pratico lievito per dolci, scorza di limone grattugiata, un pizzico di sale. Si lavorano gli ingredienti tutti insieme avendo l’accortezza di aggiungere l’albume montato a neve e lasciando lievitare lungamente. Si formano poi rettangoli non troppo piccoli che vanno pizzicati vicino al bordo, quasi a voler disegnare una caramella, si zuccherano in superficie e si cuociono, un tempo nei forni comuni. Le dosi possono variare, come spesso accade nelle ricette tradizionali dove ogni casa, ogni cuoca e ogni momento presenta delle piccole varianti. Chi aggiunge un po’ di zucchero, chi aggiunge la buccia di arancia grattugiata, chi “na stisa”, un pochino, di liquore in genere marsalato.

Queste sono le Tirà di Crescentino, cittadina che si estende alla confluenza del Po con la Dora Baltea, zona d’acqua e di risaie, un comune della provincia di Vercelli, al confine da un lato con la provincia di Torino, e sulla sponda opposta del Po con la provincia di Alessandria.

Ma tra i prodotti agroalimentari tradizionali del Piemonte, i PAT, la Tirà presente in elenco è un’altra cosa. Si tratta di un dolce, una ciambella tipica della zona di Rocchetta Tanaro.

Come il nome stesso ci dice siamo sulle rive del Tanaro, nell’Alto Monferrato, in provincia di Asti. Non siamo sulle rive del Po ma di un suo affluente: la ricetta di questo dolce non è troppo diversa da quella dei biscotti, anche in riferimento alla quantità. Unica aggiunta diversa è una tazza di latte circa, il risultato è sicuramente più morbido anche grazie alla lavorazione: si prepara prima il lievitino, poi si aggiungono parte degli ingredienti ricchi e lo si lascia riposare nuovamente per circa tre ore. Passato questo tempo si aggiungono tutti gli ingredienti rimasti da parte e lo si tira – da qui il nome? – fino ad ottenere un salamotto che andrà riposto in una teglia a forma di ciambella.

Nuova lievitazione fino al raddoppio del volume ma prima d’infornare si può spolverizzare la superficie di zucchero. In alcune versioni si parla di aggiunta di uvetta e canditi. Sull’origine del nome una seconda ipotesi, la più quotata in realtà, la riporta al “tirare il numero”, il modo che durante il Regno di Sardegna si usava per stabilire la categoria, quindi la durata del servizio militare, che i giovani dovevano svolgere al raggiungimento della maggiore età. Questo tirare il numero rimase in uso fino al 1926, quando la normativa che regolava la formazione delle liste di leva venne modificata. Un momento di festa, un evento che sanciva l’ingresso dei giovani nell’età adulta e per questo festeggiato anche grazie a questo dolce.

Questo dolce ne ricorda altri, molto distanti ma sempre accomunati dalla presenza del Po: abbiamo la Brazadela ferrarese e la Esse di Adria, anche questi dolci semplici, da intingere in latte o liquore, legato alla Pasqua ma presenti ormai tutto l’anno e da gustare chiacchierando. Insomma, una tradizione contadina fatta di sapori semplici ma molto gustosi.