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Da Napoleone al Pollo alla Marengo, al gambero, alle mamme NO PFAS

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la battaglia di Marengo in un quadro dell'epoca

Era il 14 giugno del 1800 quando Napoleone Bonaparte sconfisse l’esercito austriaco comandato dal generale Michael von Melas durante la seconda campagna d’Italia. Zona di guerra: Marengo in quella che oggi viene chiamata Piana Marengo, alle porte di Alessandria.

Su questi eventi gli storici sono sicuri. Molta incertezza la si trova invece su una questione legata a quella battaglia molto più frivola.

Si tratta della ricetta del Pollo alla Marengo ricetta creata in fretta e furia proprio la sera della battaglia da Monsieur Cussy il cuoco personale di Bonaparte: il cuoco non aveva granché, forse il carro con i rifornimenti era andato perduto e mise insieme ciò che trovò: pollo, uova, funghi e gamberi di fiume.

Un accostamento bizzarro, se vogliamo di cui non esiste una versione certa e unica. Le versioni sono molte, con funghi, senza funghi, con gamberi, senza gamberi, chef di Napoleone, ostessa del luogo.

Escoffier nella sua La guide culinaire del 1903, ed edizioni successive, descrive un Pollo alla Marengo preparato con gamberi di fiume – ecrevisse in francese – funghi champignon, uova fritte, pomodoro e fettine di tartufo. Il nostro Artusi nella Scienza in cucina e l’arte di mangiare bene del 1891 descrive un piatto completamente diverso, semplice, senza funghi, né  gamberi, né uova. In bianco con l’aggiunta di una spruzzata di limone.

Chissà cosa venne servito a Napoleone quel giorno, dopo quella battaglia che lo vide vincitore e segnò, per il nostro paese e per l’Europa intera, un momento fondamentale. Qualunque cosa fosse sembra gli piacque al punto da voler mangiare la stessa cosa dopo ogni battaglia. Se la richiesta fosse più simbolica che gastronomica non ci è dato sapere.

I gamberi di fiume autoctoni

Chi sono questi crostacei, che in molte versioni entrano nella preparazione del pollo alla Marengo? Poco conosciuti in realtà, un po’ perché dai nostri fiumi ci siamo allontanati, se non fisicamente ma sicuramente culturalmente, un po’ perché i gamberi di fiume si sono molto ridotti in quanto a numero, per molte cause.

Quali? Lo abbiamo chiesto al prof. Stefano Fenoglio dell’Università degli Studi di Torino. “il gambero di fiume (Austropotamobius pallipes) è specie notturna molto sensibile alle alterazioni ambientali  quali inquinamento, distruzione dell’habitat, messa in secca del torrente”.

Ma non solo. Anni fa, “nel 1985 venne introdotto in Piemonte anche un rivale estremamente vorace, il Gambero della Luisiana, Procambarus clarkii,” che non solo compete con il nostro Astropotamobius per le risorse ma è anche “vettore di Aphanomyces astaci, una micosi nota come Peste del Gambero. Altre specie segnalate nel nostro paese sono Orconectes limosus, Astacus leptodactylus e recentemente Pacifastacus leniusculus, tutte caratterizzate da un potenziale impatto a livello sia di competizione con le popolazioni autoctone di gamberi sia di alterazione dei microhabitat.”

Insomma, il gambero di fiume, questo piccolo crostaceo di circa 11/12 cm di lunghezza per 90 gr. di peso, che predilige “piccoli torrenti con acque fresche, substrati grossolani ed elevata ritenzione del detrito organico grossolano” al momento è un animale protetto, inserito nella red list dello IUCN, La lista rossa delle specie minacciate dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.

Minacciato da inquinamento, malattie e competitori molto più aggressivi e resistenti ai danni ambientali di quanto non riesca a fare lui è però ancora presente nel reticolo idrografico del Po torrente, in special modo in alcuni affluenti. Nell’area nord-occidentale dovrebbe trovarsi appunto la specie A. pallipes mentre, nella parte peninsulare è endemica la specie A. italicus che hanno una zona di sovrapposizione in provincia di Alessandria”.

Marengo, il Gruppo Solvay, il Cromo VI

mamme no Pfas – foto teleambiente.it

Arriviamo così alla Piana Marengo e alla frazione di Alessandria Spinetta Marengo. Siamo A sud del Po, tra Bormida e Scrivia, una zona di pianura chiamata appunto Piana Marengo. Come si presentò a Napoleone possiamo immaginarlo: un campo di battaglia nella campagna italiana.

Proprio in questa frazione si trova uno degli stabilimenti più importanti al mondo del gruppo Solvay. Qui si lavorano plastiche, gomme, lubrificanti. Qui si è verificato un’importante inquinamento da Cromo VI.

La Solvay ha annunciato ai primi di giugno che per una parte del territorio interessato dall’inquinamento, quella che viene chiamata Area 1 di circa mille metri quadrati ha completato l’intervento di bonifica.

Una parte piccola in realtà considerando che tutta la superficie dello stabilimento è di 750 mila metri quadri. Ad essere inquinato non è solo il terreno: purtroppo risulta inquinata anche la falda sotterranea che richiedendo una bonifica per fasi non ha ancora visto nessun intervento.

Attualmente viene tenuta sotto controllo grazie ad un pompaggio continuo di 450 metri cubi di acqua all’ora. Purtroppo la soluzione non garantisce il 100 % della sicurezza. Quando in autunno le piogge hanno fatto aumentare il livello della falda la barriera non ha funzionato, questo secondo quanto dichiarato da Alberto Maffiotti, direttore di Arpa Alessandria durante un’intervista trasmessa da TGR Piemonte.

Se l’inquinamento da Cromo è eredità della precedente proprietà dello stabilimento, non si può dire che attualmente la situazione sia senza problemi. A preoccupare gli abitanti è comparso un composto nuovo dal nome più astratto e apparentemente più neutro: si tratta del C604 una delle tante sostanza perfluoroalchiliche, i PFAS.

Secondo quanto dichiarato dalla Solvay il C604 “non è biopersistente e non è bioaccumulabile”. Si tratta di una sostanza brevettata dalla stessa Solvay per sostituire i PFOA, anche queste sostanze chimiche della grande famiglia dei PFAS dichiarate pericolose per la salute dallo IARC.

La pensa diversamente Legambiente che in un recente comunicato afferma: “Il cC6O4, registrato proprio da Solvay e da Miteni nel registro ECHA nell’ambito del Regolamento REACH, è classificato dall’Agenzia Europea delle sostanze chimiche come tossico, corrosivo e non biodegradabile”.

Il C604 entra nel processo produttivo dello strato filtrante delle mascherine riutilizzabili anticoronavirus. Proprio martedì 23 giugno si è tenuta nella sede della Direzione Ambiente e Pianificazione Territoriale della provincia di Alessandria una Conferenza di Servizi con Asl, Arpa, Comune e Provincia per l’Autorizzazione Integrata Ambientale finalizzata all’ampliamento della produzione e uso del C604, ampliamento richiesto dalla Solvay.

Per tutta la durata della Conferenza hanno protestato davanti alla sede della provincia varie associazioni ambientaliste tra cui Legambiente, il Comitato Stop Solvay e le Mamme NoPfas Veneto, unica regione ad avere una norma regionale per la regolamentazione di queste sostanze.

La Conferenza si è conclusa con la richiesta di sospensiva richiesta dalla Solvay. Da adesso la società ha 60 giorni di tempo per adeguare la progettazione degli impianti alle nuove richieste pervenute in modo compatto durante l’incontro. Richieste di maggior tutela aventi alla base due problemi: la tenuta della barriera idraulica e la presenza di C604 nella falda e in un pozzo da cui si preleva l’acqua potabile per gli abitanti di Montecastello, paese dell’alessandrino sulla sponda opposta di Bormida e Tanaro. Il prelievo dal pozzo è attualmente sospeso a scopo precauzionale.

La questione Solvay a Spinetta Marengo è una delle 46 brutte storie, di inquinamento industriale delle acque in Italia del dossier di Legambiente: “H2O La chimica che inquina l’acqua”.