Expo 2015: una Grande Sagra Pop dentro la Fiera universale

by / venerdì, 06 novembre 2015 / Published in FIERE SAGRE RASSEGNE, IN VETRINA, LOMBARDIA
expo

di Gabriella Baldini

Expo 2015. E’ finita ed è finita bene. Il dato finale di 21 milioni e mezzo di visitatori è stato speso dagli organizzatori come dimostrazione di aver raggiunto gli obiettivi quantitativi “previsti”, o più esattamente fortemente sperati. Moltissimi espositori stranieri si sono dichiarati soddisfattissimi per l’evento e il suo corso: la maggior parte di loro non aveva mai provato prima l’emozione di avere una coda di gente fuori dalla porta.
L’evento ha avuto successo. Questo è il dato che è già passato alla storia e con questo dato dovranno fare i conti tutti. Questo è anche l’unico vero bilancio considerato importante da tutti i soddisfatti, che hanno avuto spazio e risorse sufficienti per accreditare la dimensione del “successo” presso l’opinione pubblica.
Tutto bene, allora? Di fatto, sì: anche i più critici devono ammettere che il grande incubo italiano, la figuraccia internazionale di grandi dimensioni, è stato evitato, per una serie di circostante positive che hanno dato una mano fantastica ad evitare il deserto, le basse o bassissime affluenze che molti temevano.
Non è venuto fuori il nome del personaggio o del team che ha avuto la strepitosa idea di lanciare una sua versione “pop” dell’Expo: mentre il programma ufficiale si svolgeva toccando temi di portata universale, qualcuno è riuscito a fare di Expo una grande fiera di paese, una sagra di enormi dimensioni, con una offerta molto più ricca e variegata del solito ma in grado di fare il pieno di gente ogni sera. I padiglioni dei Paesi partecipanti, con tutta la cultura progettuale e la ricchezza di messaggi che gli espositori hanno voluto dare alla loro presenza, senza scalfire la solennità pomposa degli obiettivi e dei contenuti ufficiali si sono magicamente trasformati in banchi da fiera con tanta gente intorno per assaggiare qualche specialità, come accade ovunque in questa Italia così bisognosa di momenti e luoghi di socialità da far diventare un successo di presenze anche le feste patronali.
A questa persona o a questo team andrebbero offerti onorificenze e riconoscimenti ufficiali di “benefattori della Repubblica”, per avere inventato, per primi al mondo, la “sagra dentro la Fiera universale,” obbligando tutti a contare come visitatori della seconda tutti gli interessati alla prima. Il tutto senza togliere nulla a chi l’Expo l’ha preparato e preso sul serio, come grande occasione di cultura, di progettualità, di valorizzazione commerciale di idee e prodotti, come vetrina per farsi vedere e conoscere da pubblici mai prima raggiunti.

Una straordinaria operazione, non c’è che dire, della quale hanno beneficiato tutti coloro che si sono presi il rischio di stare “dentro” l’evento. Chi aveva progettato, preparato, sperato effetti positivi anche “fuori” da Expo è rimasto in gran parte deluso: anche i seguiti, i futuri sviluppi dei rapporti intrecciati durante i sei mesi di Expo, saranno appannaggio di chi è stato “dentro”, di chi è riuscito a farsi vedere ed apprezzare con ciò che offriva.
Discorso valido per tutti, dai produttori agricoli alle aziende del food agli architetti agli addetti stampa ai fornitori di tecnologia e di servizi. Fuori arriverà soltanto ciò che chi era “dentro” si porterà appresso, se avrà interesse e voglia di mettere in gioco la sua azienda agricola o la sua azienda come destinazione proposta ai consumatori dei suoi prodotti.
Non è una novità: anche nella nostra regione si sono spesi denari e tanto tempo per aumentare l’indotto turistico degli eventi fieristici e congressuali, immaginando per anni e anni, senza mai dare un’occhiata alla realtà, che ci fosse il modo di convincere espositori e visitatori di una qualsiasi Fiera a fermarsi in città, o fuori città, nei dintorni che già stavano diventando “territorio”, almeno un giorno o due prima di tornare a casa. E dire che si sarebbero risparmiati tanti soldi e intere giornate di convegni se qualcuno avesse avuto l’idea di mettersi, alla sera, all’ora di chiusura degli stand, a guardare le facce della gente che usciva: facce di norma stravolte o almeno affaticate di gente che, i primi giorni, non vede l’ora di arrivare in albergo a farsi una doccia e poi sedersi a tavola, e gli ultimi giorni non vede l’ora di tornarsene a casa.
L’Expo come luogo in cui, alla fine, per molti visitatori è stato importante andare “perché c’erano tutti” e perché poi ci sarebbe stata da raccontare la propria presenza via social media o in modo più tradizionale, si è chiuso con successo.
L’Expo sognato dagli ideologi dei “territori” , dagli organizzatori di musei delle civiltà contadina o di mestiere, dai teorici del turismo responsabile e didattico, dagli innamorati della figura mitologica del turista che ama farsi massacrare a forza di spiegazioni su tutto ciò che vede o assaggia, non ha funzionato, come non funzionano, ostinatamente, le centomila iniziative “locali” pensate e progettate come discorsi fatti senza mai badare all’esistenza o meno di interesse da parte degli ascoltatori, senza mai uno sforzo sincero per provare ad interessarli, a coinvolgerli, a prenderli come sono. E non si vede perché, questa volta, avrebbe dovuto essere altrimenti.

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