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Quando straripava il Po a oriente di Torino

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Alluvione in via Leinì a Settimo Torinese, 1960

Le piogge di questo stranissimo inizio di primavera ripropongono – per fortuna solo idealmente – scenari di altre epoche, allorché il Po, nella zona a oriente di Torino, fra San Mauro, Settimo e Chivasso, era solito uscire dal proprio alveo con una certa regolarità, una o due volte nel corso dell’anno.

Le alluvioni sono simili in ogni parte del mondo, ci ricorda la parigina Madeleine Chapsal, classe 1925, giornalista e scrittrice, descrivendo un’inondazione della Charente (Francia). La piena significa l’onnipresenza di un avversario che risveglia solidarietà o indifferenza nelle forme più semplici e immediate, terrori ancestrali, paure mai completamente rimosse dal profondo dell’animo, perché l’acqua è l’elemento su cui gli uomini sembrano avere meno potere.

Nei secoli scorsi, all’epoca delle piogge, in primavera e in autunno, il Po cagionava danni incommensurabili, a riprova che davvero era «il più rovinoso di tutti i fiumi» e il «più indomito», come afferma Emanuele Tesauro nella «Historia dell’augusta città di Torino» (1679). Assolutamente privo di argini, senza un alveo ben definito, il Po si riversava dapprima nei «gorreti», per poi invadere prati, campi e boschi. La gente teneva d’occhio il livello della piene che potevano investire le case nel volgere di breve tempo e mettere in pericolo la vita delle persone.

Gli archivi conservano memoria di alcune inondazioni di particolare gravità. Dalle note dei castellani di Gassino, ad esempio, si apprende che un rovinoso allagamento delle campagne si verificò nell’aprile 1311. L’alluvione del 1350 spinse uno dei mulini natanti sino a Chivasso. Alla piena autunnale del 1780 accenna il prevosto di Settimo, don Giovanni Battista Boetto, che battezzò il piccolo Giuseppe Antonio Bo, nato nei Mezzi il 25 ottobre di quell’anno, essendo impossibile attraversare il fiume e raggiungere la chiesa parrocchiale di Gassino, a cui la borgata apparteneva.

Piene più o meno disastrose si verificarono negli anni 1415, 1418, 1628, 1685, 1707, 1733, 1829, 1879, 1882 (quando il Po si aprì un nuovo braccio nella regione Gribaudia di Settimo), 1945, 1949, 1994 e 2000.

Temibili furono le due alluvioni del 1901. «È un ben triste ricordo quello che ci lascia questo primo autunno del nuovo secolo», commentò il quotidiano La Stampa, riferendosi agli effetti delle piogge torrenziali e delle inondazioni che devastarono, quell’anno, mezzo Piemonte. Nei Mezzi – stando alla Gazzetta del Popolo – le acque del Po «dilagarono irruenti e ruinose per la campagna, […] scavando buche fonde, danneggiando la strada comunale, esportando ponti e palancole, gettando nella più squallida nudità terreni prima ubertosi».

Più precisamente, la quarta settimana di settembre, dopo giorni di pioggia battente, premendo le acque del fiume contro il grande argine costruito oltre mezzo secolo prima a difesa della cascina Isola, il rivo Freidano rigurgitò in corrispondenza della chiavica mediante la quale s’immetteva nel Po. Rotto l’argine, la corrente poté defluire con tutta libertà senza sommergere la parte bassa dell’abitato di Settimo. Però le acque trovarono sfogo attraverso la rotta, «incanalandosi per una depressione della campagna, formando temporaneamente un braccio nuovo di fiume» e isolando completamente i Mezzi.

All’inizio di ottobre, in seguito a ulteriori piogge, i Mezzi furono nuovamente sommersi. Poiché l’inondazione avvenne di notte, gli abitanti furono colti di sorpresa nel sonno e dovettero fuggire in fretta e furia.

In simili circostanze, come scrive Madeleine Chapsal, a salire inesorabilmente, ora dopo ora, è ben altro che l’inondazione: «è il senso della morte». Nella migliore delle ipotesi si fa strada la consapevolezza che l’odore della propria casa, una volta ritiratesi le acque, non sarà più lo stesso.