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Igor il russo: scappare dalla zona rossa è possibile. Il “colonnello” Valeriano Forzati ci riuscì nel 1989 dopo la strage del Laguna Blu

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di Andrea Dal Cero

Quello che ancora si ricorda non è molto. E quello che si vuole ricordare è ancora meno. Ma in quel lontano 1989 in queste campagne solcate da canali e case sparse, una caccia all’uomo come quella che oggi stiamo vivendo alla ricerca di Igor il russo e dei suoi alias c’è già stata. E non è finita bene.

La storia, nerissima, che ancora deve essere raccontata compiutamente, comincia con l’omicidio di Vilfrido “Willi” Branchi, un ragazzo di 18 anni ritrovato nudo e letteralmente massacrato sull’argine a Goro tra il 29 e il 30 settembre 1988. Dell’omicidio di Willi Branchi c’è ancora tanto da dire e da scoprire, ma questa è un’altra storia.

Oggi vogliamo raccontare del “colonnello” Valeriano Forzati.

“Qualcuno la notte in cui Willy è stato ucciso aveva visto Valeriano Forzati particolarmente teso ed agitato ed ha fatto il suo nome” scrive Annarita Bova sulla nuova Ferrara.

“Forzati finì subito nel mirino di carabinieri e procura (fu costretto a farsi prestare 1000 euro da un amico per pagarsi le prime spese legali), ma soprattutto dell’opinione pubblica”. Racconta Nicola Bianchi sul Resto del Carlino cronaca di Ferrara.

“I miei figli – racconterà Forzati – tornano a casa da scuola in lacrime e mi chiedono se sono stato io ad uccidere quel ragazzo. Non ne posso più, io non c’entro nulla”.

Fatto sta che l’8 dicembre 1988 qualcuno, secondo la sua versione dei fatti, tentò di ammazzarlo. Un commando di sette persone gli sparò addosso e cercò anche di travolgerlo con un’auto, ma lui riuscì a rifugiarsi nel bosco. “Quei cani me la pagheranno” disse il Colonnello dopo aver presentato una regolare denuncia.

E proprio quei “cani” Forzati andò a cercare il 3 febbraio 1989 al night “Laguna blu” di Bosco Mesola: quattro morti, tra cui i titolari del locale, uccisi a colpi di mitraglietta. Dopo la mattanza Forzati fugge nei boschi.

“Per catturarlo da ieri Ferrara è come in stato d’ assedio. Centinaia di carabinieri e poliziotti setacciano strade e piazze. Posti di blocco filtrano ogni auto; uomini con mitra e giubbotti antiproiettile scrutano ogni persona al volante. Dal Veneto e dall’ Emilia sono arrivati rinforzi. E’ pericoloso, temiamo un altro folle gesto, ammettono dirigenti della Criminalpol e della Squadra mobile al comando operativo della questura” scrive il giorno dopo La Repubblica.

“Una fuga impossibile” viene definita dai media quella di Valeriano Forzati.  Mentre imponenti forze di polizia presidiano il territorio ferrarese e battono boschi e canali, nasce la “psicosi del colonnello”. Paure e inquietudini  si rinnovano quando, il 2 agosto 1989, in un incendio doloso viene distrutto il night Laguna Blu

Fatto sta che dopo mesi e mesi di ricerche, il 6 marzo dell’anno successivo, dalla stanza 506 dell’hotel Esmeralda Palace di Buenos Aires (dove alloggia sotto il falso nome di Mario D’Alessio), Forzati chiama la caserma di Bosco Mesola per costituirsi. Anche se ormai scagionato completamente per l’omicidio di Willy Branchi, forse non è più sicuro della sua latitanza, forse è stanco, forse ha paura. Nel carcere di Buenos Aires uccide un agente di guardia e finisce, pochi mesi dopo, ammazzato a sua volta in circostanze mai chiarite.

396 giorni di latitanza e una morte tra le mura di una prigione all’altro capo del mondo per il “colonnello” Valeriano Forzati. L’uomo che ha dimostrato che dalla zona rossa si può anche fuggire. Haimè!