Home Flora e fauna del Po Il persico trota o boccalone

Il persico trota o boccalone

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di Francesco Nigro

Eccezionale predatore e secondo alcuni anche buon indicatore ambientale, il persico trota, Micropterus salmodes (Lacepède, 1802), o black bass sembra avere un’unica pecca: non fa parte della fauna italiana. Originario del Nord America, diffuso in numerosi bacini dalla regione dei grandi laghi al Messico, fa la sua comparsa in Italia sul finire dell’800’. Caratterizzato da buone carni, appare di rado sul mercato, e deve il suo successo e la sua diffusione alla pesca a spinning.Noto a livello popolare come branzino, americano o boccalone, questo pesce d’acqua dolce simile ad una spigola non tradisce le apparenze e ingoia tutto ciò che si muove e passa per la sua bocca, con una particolare predilezione per gli incauti avventori degli specchi d’acqua, siano essi insetti, anfibi, piccoli rettili, micromammiferi o pulcini, afferrandoli pochi istanti dopo il loro contatto con l’acqua. Trova condizioni ideali nelle acque ferme e limpide o nel basso tratto dei fiumi, dove, dotato dell’attenzione e della curiosità tipica di un superpredatore, caccia prevalentemente a vista, in agguato sottoriva fra la vegetazione acquatica o in perlustrazione, lanciandosi in vivaci reazioni istintive e attacchi repentini. La pinna dorsale doppia è sorretta nella sua parte anteriore da raggi spiniformi in grado di infliggere scomode ferite a chi tentasse di farne pesce foraggio. L’ampia diffusione mediata dall’uomo e l’impatto sull’ambiente, specie a lungo termine, laddove si è acclimatato lo portano ad essere inserito nella lista delle 100 specie più dannose al mondo stilata dalla IUCN, l’Unione Internazione per la Conservazione della Natura. Se è vero che, parlando in termini di biodiversità, e non di esigenze economiche e ricreative, migliaia di stagni, maceri, cave, laghetti sono stati oggettivamente depauperati a causa dell’immissione di questi predatori, in ambienti spesso a tutti gli effetti vocazionali per la specie, il pensiero va naturalmente ai privati, alle federazioni  ai gestori dei campi gara, alle competizioni in belly boat, in sintesi ai rilasci più o meno in deroga nella nostra  rete idrica, già compromessa sotto tanti aspetti. Un’immissione molto spesso brusca, direttamente dagli allevamenti alle acque aperte, frequentemente ecologicamente inadeguate per gli animali stessi, oppure fortemente interconnesse con siti più appetibili, ma destinati alla conservazione di ben altri aspetti naturali (ad esempio il caso di diverse aree del Parco del Delta del Po). Rilasci massicci finalizzati allo scopo ludico imminente, non possono che interferire negativa,mente con l’evoluzione delle biocenosi e l’instaurarsi di nuovi equilibri, siano anche diversi dai precedenti e caratterizzati da nuove forme ittiche ormai  radicate. Forse varrebbe la pena riconsiderare i corsi d’acqua non solo come parco giochi per pochi “addetti ai lavori”, forti della presenza sul territorio, o come terreno di scontro fra scienza socialità ed economia, ma come patrimonio comune da preservare, ripristinare e riequilibrare, nel rispetto non solo delle leggi, ma anche degli obiettivi riconosciuti e ufficialmente condivisi a livello, nazionale ed europeo o quantomeno nel rispetto di quella “fauna minore”, la cui permanenza dipende in parte anche dall’ingarbugliato equilibrio delle nostre comodità.