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Il ritorno dei Lupi del Po

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“Il ritorno della fauna selvatica” è il titolo dell’evento tenutosi venerdì 2 ottobre, presso il Teatro dei Fluttuanti di Argenta, alla presenza di Maria Pia Pagliarusco, direttrice del Parco regionale del Delta del Po, di Andrea Baldini, sindaco del Comune di Argenta, con la presenza dei rappresentanti della Regione Emilia Romagna e Bonifica Renana. Il dibattito e i successivi interventi hanno riguardato la diffusione del lupo nel territorio italiano, in netta ripresa rispetto al passato, a detta degli esperti.

I lupi, attraverso le vie d’acqua, si stanno diffondendo anche oltre le zone montane e pedemontane, arrivando anche alle pianure e alle valli del Po. Nel ferrarese e, più precisamente, nell’area compresa tra Campotto e Vallesanta, nell’argentano, dal 2019 sono emerse evidenze che attestano la presenza di una famiglia di lupi, composta da tre esemplari adulti, tra cui una coppia che recentemente ha dato alla luce ben sette cuccioli. Si segnala anche la presenza di un altro lupo giovane tra il comune di Ostellato e le Valli del Mezzano ed, infine, un ultimo esemplare che si aggira nella pineta di Ravenna. Considerando che in Italia non sono mai stati effettuati interventi di ripopolamento o introduzione di lupi nell’ambiente selvatico, gli adulti si sarebbero spostati autonomamente dalle zone appenniniche, fino alla pianura, attraverso le vie d’acqua del Reno, del Destra Po e delle oasi naturali, sfruttate come passaggi preferenziali dalla fauna selvatica. In ampio aumento vi sarebbero anche gli ungulati.


Considerata la presenza, ormai accertata, di una colonia di lupi consistente, la Regione Emilia Romagna e il Parco Regionale del Delta del Po hanno ottenuto, dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’affiancamento ad un importante monitoraggio nazionale, iniziato proprio nel mese di ottobre 2020. L’Ispra conferma che, sino a marzo 2021, “verranno perlustrate circa 1.000 celle di dieci chilometri quadrati distribuite sull’intero territorio nazionale. Per la prima volta da quando il lupo è stato protetto, le istituzioni nazionali uniscono le forze per fotografarne distribuzione e consistenza contemporaneamente dalle Alpi alla Calabria, utilizzando disegni di campionamento e protocolli standardizzati avanzati, messi a punto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale”. Il monitoraggio nell’area del Delta sarà condotto in collaborazione tra l’Ente Parco, la Regione Emilia Romagna, i Carabinieri Forestali ed il WWF Italia.

Mattia Lanzoni, referente del progetto per conto dell’Ente Parco, attesta che “i medesimi protocolli ristretti saranno utilizzati per monitorare la presenza e gli spostamenti dei lupi nella macro area del delta del Po. In questi territori non si è più abituati alla presenza di questi super predatori all’apice della catena alimentare e sarà necessario sensibilizzare la popolazione attraverso la comunicazione. Il lupo c’è chi lo ama e chi lo odia, ma la sua espansione è un segnale positivo della presenza di un vasto bacino di prede, tra piccoli ungulati, nutrie, lepri ed altri roditori”.


Già nel reggiano e nel modenese si è registrato un aumento di contatti tra questi animali selvatici e l’uomo. I lupi, attirati dai rifiuti delle abitazioni, o dagli scarti d’allevamento o, talvolta, incoraggiati addirittura dall’uomo che gli somministra volutamente cibo, si avvicinano sempre più di frequente alle abitazioni e con conseguenze negative per gli animali domestici, da quelli da fattoria, a quelli d’affezione, come cani e gatti.
Willy Reggioni, del Wolf Appennine Centre, tra i massimi esperti di lupi in Italia, sottolinea che “non bisogna assolutamente trattare il lupo come un cane selvatico, è un animale schivo, che rifugge l’uomo, spetta a noi mantenere le distanze ed evitare contatti”.

I motivi dell’incremento del numero di lupi nelle zone di pianura si riconduce certamente all’abitudine di questi animali a compiere grandi spostamenti, muovendosi anche per centinaia di chilometri. Un branco di lupi, generalmente, occupa un’area geografica variabile tra i cento e i trecento chilometri quadrati, e trova come principale fattore limitante l’uomo e le sue attività produttive, che determinano inevitabilmente la diminuzione di prede disponibili. Il ritorno di questo antico predatore delle valli è una speranza per il futuro, segno che le aree naturali protette, sottratte all’agricoltura intensiva, alla deforestazione e alla cementificazione, permettono lentamente un ritorno di biodiversità.

Ma i territori del Po hanno ancora molti problemi da superare prima che la convivenza tra uomo e natura possa dirsi realmente equilibrata. Finché continueranno le opere di deforestazione degli argini e delle golene, e sarà comune l’abuso di diserbanti e prodotti chimici, l’habitat naturale permarrà fortemente antropizzato e inadatto allo stabile ritorno delle specie autoctone, che un tempo proliferavano naturalmente nelle nostre zone. Si può perciò parlare di segnali incoraggianti, ma indicare i ritorni faunistici come bioindicatori sarebbe ancora azzardato.

vedi anche http://www.ilgiornaledelpo.it/il-lupo-visto-da-pochi-e-chiaccherato-da-molti/