Home Emilia Romagna Le zone umide, polmoni naturali

Le zone umide, polmoni naturali

1217
0
CONDIVIDI
Canale Fossa Lavezzola foto della "Gratta", in gergo locale, erba acquatica che un tempo popolava molti canali della provincia di Ferrara, oggi quasi del tutto scomparsa.

Le zone umide come paludi, torbiere, acquitrini, corsi d’acqua, valli, con acqua stagnante o corrente, dolce o salata, sono in grado di assorbire naturalmente una vasta gamma di inquinanti, senza l’intervento dell’uomo, mediante la fitodepurazione.

Al contrario di quanto potrebbe suggerire il termine “fito”, dal greco phyton: pianta, le piante acquatiche e quelle palustri hanno il merito di assorbire direttamente solo una piccola percentuale di inquinanti presenti nelle acque reflue, che vengono invece trattenuti per la maggior parte nel fondale, in cui, mediante i processi di decomposizione, vengono degradati a elementi meno impattanti per l’ambiente.  Le piante assumerebbero così, al limite, ad funzione di “pulizia” dei filtri, assorbendo i microelementi degradati dai processi biologici, sotto forma di nutrienti.

Già gli antichi romani sfruttavano le zone paludose dell’Agropontino per il trattamento dei reflui dell’urbe, consapevoli dell’effetto tampone che trasformava i liquami, potenziali ricettacolo di malattie, in nutrimento naturale.

Per lungo tempo l’uomo ha dimenticato l’importanza delle zone umide ed oggi, soprattutto quelle di pianura, soffrono le conseguenze dovute a decenni di inquinamento e mala gestione.

Secondo il WWF, tra il 1938 e il 1984, in Italia si è perduto il 66% di queste aree preziose. Con ciò intendendo che l’habitat è stato così irrimediabilmente danneggiato da non poter più svolgere la sua naturale funzione fitodepurante ed essere svuotato della biodiversità che lo caratterizzava.

La presenza di scarichi inquinanti diretti nei corsi d’acqua, abusivi o autorizzati che siano, o l’inquinamento derivante dalle attività agricole, danneggiano la flora e la fauna che al contrario prolifererebbe. A questo si aggiunga che spesso i canali sono completamente prosciugati durante l’inverno lasciando il fondale esposto alle gelate e non potendo in tal modo realizzare l’effetto tampone degli inquinanti.

Le piante acquatiche mal tollerano cambiamenti così repentini e, negli anni, sono progressivamente scomparse dai molti bacini artificiali che un tempo ne erano pieni, pregiudicando pesantemente l’equilibrio dell’intero ecosistema acquatico.

I vecchi pescatori ferraresi ancora ricordano la cosiddetta “grata”, erba palustre, che li ha accompagnati per anni durante le loro sessioni impigliandosi soventemente alle lenze, e di cui oggi non vi è quasi più traccia se non in qualche canale della bassa, verso il mare. Il territorio di Mesola, ad esempio, conserva ancora molti bacini artificiali ricchi di erbai.

Le valli di Comacchio, per citare un altro esempio, sono in grado di ridurre circa il 30% del carico azotato presente nelle acque in entrata, grazie alla fitodepurazione. A conferma del fatto che l’ambiente, ove non sia totalmente pregiudicato da attività umane e malagestione, è in grado di ridurre naturalmente la pericolosità e la concentrazione di molti inquinanti, impedendo così che arrivino direttamente al mare.

Un’altra evidenza virtuosa può riscontrarsi a Berra, in provincia di Ferrara, dove il comune ha realizzato un esperimento nel canale Fossa Lavezzola, ripristinando la flora e la fauna ittica autoctona, intervenendo sulla sponda, abbassandola e garantendo un minimo deflusso costante di acqua, necessario per mantenere la biodiversità.

A seguito del ripristino del biotopo naturale e soprattutto alla piantumazione di piante palustri e canneto, anche l’acqua del canale è nettamente migliorata, tanto da apparire molto più limpida rispetto agli altri bacini della zona. Segno che il recupero degli ecosistemi è funzionale a limitare l’impatto delle nostre attività e migliora qualitativamente il territorio.

Considerando che in Italia il Delta del Po figura tra le 52 zone umide d’importanza internazionale, distribuite in 15 regioni, per un totale di 58.356 ettari, ma che una recente indagine dell’ISPRA ha evidenziato come il 47,6% di questi ambienti sia in cattivo stato di conservazione, il 31% inadeguato e solo il 4,7% in uno stato favorevole, urge assolutamente provvedere alla salvaguardia di questi areali preziosi.

Le paludi, i fiumi e i corsi d’acqua secondari sono un patrimonio di biodiversità irrinunciabile e, come fossero dei polmoni naturali, sono in grado di trattenere le impurità che gli esseri umani disperdono incuranti nell’ambiente. Come un organo gravemente ammalato, necessitano di cure, o smetteranno di assolvere alla loro funzione fondamentale, preservatrice di vita.