Home Acqua e Territorio La canapa. Il macero e la trasformazione della canapa per usi familiari

La canapa. Il macero e la trasformazione della canapa per usi familiari

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Testo e foto di Gian Luigi Casalgrandi

Nella storia della civiltà contadina, forse il prodotto agricolo che ha lasciato dietro di se le maggiori tracce dell’arte agraria, caratterizzando nello stesso tempo la topografia dei luoghi, è senza dubbio la canapa.

Le tracce più evidenti dell’antica coltivazione nei nostri territori, oltre alla presenza di vari attrezzi, sono costituite dalla presenza dei maceri.

In Italia, la canapa trovò l’ambiente favorevole soprattutto nelle aree pianeggianti delle province di Ferrara e Bologna e anche nel modenese.

In origine, l’impiego della fibra e quindi anche l’entità produttiva, era limitato a sopperire i bisogni familiari, una sorta di “economia chiusa” che rimarrà tale fino al tramonto della società medievale.

All’inizio del ‘500 l’apparizione del macero nelle campagne, concomitante con lo sviluppo manifatturiero e commerciale di questa fibra, ed il suo affermarsi produttivo nelle campagne bolognesi e modenesi, è connessa ad un’agricoltura basata sul contratto di mezzadria. Ai tempi in cui la produzione era limitata all’economia della famiglia colonica, la macerazione della canapa non avveniva mediante l’immersione degli steli nell’acqua stagnante, ma mediante il ripetersi di numerose esposizioni alla rugiada notturna degli steli su prati erbosi. Un sistema, oggi inimmaginabile, allora molto più facilmente realizzabile grazie alle condizioni climatiche molto piovose che caratterizzarono i secoli 13° e 14°.

La storia del macero ed il suo diffondersi cammina di pari passo con lo sviluppo imprenditoriale dell’industria e del commercio della canapa specialmente nel bolognese, guidato dalle corporazioni dei gargiolai, cordai e drappieri.

Nella maggior parte dei comuni della “bassa”, i maceri furono escavati nelle aree più depresse dei poderi per favorire la raccolta delle acque piovane attraverso gli scoli. Fra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 erano utilizzate le depressioni acquitrinose, i fossati vallivi, purché arginati. In questi stagni la canapa era macerata mediante la formazione di “postoni” (zattere) di una o più “mani” (strati) di fasci (secondo la profondità dello stagno), la cui immersione era mantenuta per sei o otto giorni, mediante stanghe di legno ancorate al suolo o mediante il caricamento delle zattere con sassi di fiume.

Il macero che di solito si trovava nei pressi di una casa, anche se il suo uso serviva di norma anche ad altre famiglie coloniche, non era soltanto uno strumento per macerare la canapa: serviva per attingere l’acqua per l’orto, per fare il bagno estivo a tutta la famiglia contadina, in particolare ai ragazzi i quali “avrebbero voluto stare in acqua tutto il giorno”. Inoltre, serviva quale risorsa ittica, per allevare oche e anatroccoli e per lavare i grandi bucati che le numerose famiglie contadine portavano su un carro trainato da una mucca. A Nonantola alcuni anni fa, uno dei maceri sopravissuti (oggi tutelati da severe norme), è stato riutilizzato da alcuni volontari ex canapai, per macerare un notevole quantitativo di canapa coltivata per scopi didattici. Le complesse e faticose fasi della lavorazione sono state fotografate, trasformandosi in una preziosa e irripetibile documentazione.