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I Pirati del Po. Dai Fiocinini alla Mafia del Pesce

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Storicamente “Pirata del Po” era il nome di chi, nelle zone deltizie, era dedito ad attività di
saccheggio nei confronti delle navi commerciali che, sino al XIX secolo, erano solite
transitare per le vie d’acqua della pianura padana.

I più celebri erano sicuramente i pirati di Comacchio che, dopo il drastico calo dei commerci via fiume di inizio Novecento, finirono per dedicarsi alla pesca illegale. Anche noti come “fiocinini”, specializzati in particolare al furto delle anguille e degli altri pesci degli allevamenti vallivi.
Prima della grande distribuzione e della pesca industriale, si può affermare che, per lungo
tempo, fossero proprio i pirati e i fiocinini i veri padroni dei territori del basso Po.

Erano loro i soli conoscitori delle zone più inaccessibili e paludose, in cui ancora oggi il reticolo di acque, formato dai rami del fiume e dei suoi canali, supera in distanza quello delle strade.
Molti anni più tardi, a partire dal 2012 (1), le stesse storie di pesca di frodo, acque e illegalità sono tornate vive nella memoria di chi ancora frequenta il grande fiume. Con l’ingresso degli stati dell’Est Europa in UE, si è registrato un progressivo aumento della domanda di pescato di acqua dolce, in particolare quello di specie danubiane come carpa, siluro, temolo, o luccio perca.

Si tratta di pesci poco conosciuti nella cucina italiana, ma che oggi, a fronte dei flussi
migratori e della libera circolazione delle merci tra gli Stati Membri, rappresenta un’ottima
opportunità di guadagno.

Fu proprio l’aumento della domanda delle specie ittiche danubiane, abbondantemente presenti nei nostri areali di pianura, a provocare l’insediamento di un​’organizzazione per delinquere, ben strutturata sul territorio europeo e avente base in Romania, che ha fatto della pesca di frodo e della commercializzazione del pescato il suo illecito business.

Nel delta del Danubio è nota come Mafia del Pesce, strutturata in clan familiari dediti alla pesca di frodo, che utilizzano reti ad elevata capacità di cattura, corrente elettrica e veleni. Ogni mezzo è consentito pur di catturare la maggior quantità possibile di
pesce.

L’università di Ferrara ha stimato un calo drastico di fauna ittica nelle zone colpite
dalla pesca illegale, di oltre il 30%. Mentre in Romania il bracconaggio ittico è considerato dalla legge un reato di stampo mafioso, in Italia per molti anni è rimasto un mero illecito amministrativo.
Oggi si può affermare che il bracconaggio ittico sia un fenomeno conosciuto sia dalle forze
dell’ordine, sia da chi vive nelle aree colpite.

Una delle tante stragi di pesce

Di bracconaggio ittico vi è traccia anche sul sito del Senato (2) e negli ultimi anni ha avuto un discreto spazio sui media locali, nazionali e stranieri, sollevando così l’attenzione sul problema.
All’inizio la storia, però, era molto diversa.
Nel 2013 mi trovavo a pescare lungo il Po di Volano con un mio vecchio amico, in prossimità della città di Ferrara. Non vedevamo un’abboccata da diverso tempo, nonostante fosse una zona che solitamente ci regalava belle catture. Da qualche mese i rari avventori dei canali vociferavano di strani individui che di notte pescavano con le reti.

Qualcuno li chiamava “Lipoveni”, una popolazione nomade originaria del delta del Danubio, concentrata nella provincia di Tulcea, che vive tradizionalmente di pesca.

Qualche pescatore di professione del luogo giurava di averci avuto a che fare, diceva fossero “i pescatori più bravi del mondo e che dopo il loro passaggio nel canale non rimaneva nulla, solo l’acqua”.
La loro fama, è il caso di dirlo, li precedeva. In assenza di informazioni ufficiali a riguardo,
valevano solo le voci dei pescatori che, come si dice in ferrarese, “in è mai mort par na
bala” (non sono mai morti per una bugia).

E allora c’era chi li dipingeva addirittura “fantasmi”, per come si muovevano in silenzio col buio, altri li chiamavano “vampiri”, perchè prosciugavano la vita nei fiumi. In più di uno sosteneva di aver visto dei movimenti di notte sugli argini, degli strani furgoni bianchi stazionavano per alcune ore e poi ripartivano prima dell’alba.

Quasi per scherzo, annoiati dalla carenza di catture e incuriositi da questi racconti, siamo
andati a farci due passi, a pochi metri dalla zona di pesca, alla ricerca delle tracce di questi
fantomatici personaggi. Per ironia della sorte, il caso volle che proprio lì vicino, in
un’abitazione diroccata, nascosta tra gli alberi di Via della Ginestra, trovammo un
imbarcazione, alcune reti che avevano pescato di recente e qualche piccolo pesce, lasciato
probabilmente dalla battuta della notte prima.

Avevamo trovato per la prima volta un covo di bracconieri. Le storie che si raccontavano sulle sponde erano vere.

Fu quel giorno che con un pugno di amici decidemmo di organizzarci per difendere le acque, perché capimmo che se i predoni dei fiumi si erano spinti fino alle porte della città, le ragioni potevano essere due: il gioco per loro valeva la candela e il senso d’impunità era altissimo.
Per evidenziare un problema che non era avvertito dai più, cominciammo un vero e proprio
tam tam mediatico tramite articoli di giornale e report sul tema della pesca illegale,
invocando più tutele per le acque.

Abbiamo scelto un simbolo riconoscibile, d’impatto, che rimanesse impresso anche a chi
non è avvezzo a fiumi e ambiente: “Pirati del Po”. La firma di ogni nostra azione
anti-bracconaggio.

La bandiera dei Pirati del Po

L’idea di riappropriarci di quello storico nome, posto in contrasto ai predoni dei fiumi, ci
piaceva molto, e ingenuamente speravamo forse di incutere timore, in un certo senso, ai
nostri avversari. Siamo sempre stati consapevoli del fatto che da soli non potevamo fare la differenza, la nostra sarebbe stata una battaglia contro i mulini a vento.

Non potevamo certo fermare un’organizzazione gerarchizzata, che aveva contatti dall’Italia, alla Romania, fino alla Spagna, e che contava circa 200 persone impiegate nella pesca di frodo, nel distretto padano-veneto.

Nonostante ciò, da allora sino ad oggi, siamo usciti la notte armati solo di torcia e amore per le nostre acque, a dare la caccia ai pescatori di frodo. Nelle estati torride tra le zanzare del Mezzano, o nelle gelide notti dispersi tra le nebbie di Jolanda di Savoia, o camminando tra le sponde del Canale Leone, controlliamo che nessuno distrugga le acque con reti e corrente elettrica.

La nostra attività costante non avrebbe prodotto alcun risultato se non fosse stata affiancata dai tanti gruppi volontari che negli anni, autonomamente, si sono formati sui territori.

Ormai si è compagni di avventura quando il fiume chiede aiuto

In primis Eurocarp e Fipsas, dalla Provincia di Rovigo e dalla Romagna, con cui collaboriamo
sin dagli inizi del nostro percorso, uniti ormai dopo tante avventure come una grande
famiglia.
I nostri sforzi non avrebbero portato a nulla senza una collaborazione costante con le forze dell’ordine ed uno stretto dialogo con la politica locale e nazionale. Abbiamo tenuto aperti due fronti: quello delle relazioni istituzionali, e quello dell’anti-bracconaggio.

Negli anni ci è capitato di tutto, dagli inseguimenti nella notte in strade deserte, alle fughe a piedi mentre i pescatori di frodo ci inseguivano alla guida dei furgoni, lungo gli argini sterrati.

Altre volte abbiamo visto bracconieri gettarsi in acqua in gennaio, con meno quattro gradi,
pur di non essere identificati. Abbiamo liberato e visto morire tonnellate di pesce,
sequestrato chilometri di reti illegali ogni anno. Il record storico è stato il sequestro di una
rete a tramaglio da 4 chilometri, recuperata nel Canale Circondariale di Ostellato, al suo
interno aveva intrappolato 3 tonnellate di pesce. Quello sarebbe stato il bottino di una sola
battuta di pesca, per un’unica squadra di bracconieri, venduto al prezzo di mercato medio di 2 euro al chilo.

Le cronache hanno iniziato a trattare l’argomento quando il livello di allarme era ormai alto.
Sul giornale si leggeva di spari nella notte ad un posto di blocco della Forestale, di minacce
di morte, aggressioni, furti. Nelle campagne desolate sembrava potesse accadere qualsiasi
cosa, un Far West.

Il nostro attivismo ha manifestato un problema grave quanto sottovalutato e la politica,
fortunatamente, ha risposto rendendo reato la pesca illegale in acque interne, nel 2016.

Fu stanziato un fondo da 3 milioni di euro per finanziare il Comando Unità Forestali,
Ambientali – CUFA. Grazie all’attività d’indagine dell’Arma è stato possibile ricondurre al
bracconaggio ittico la fattispecie di associazione per delinquere e per i commerci
internazionali che la filiera illegale poneva in essere.

Nel 2018 assistemmo all’intervento dell’Europol, che eseguì oltre 300 perquisizioni nelle abitazioni dei clan della Mafia del Pesce che, nel frattempo, era dilagata in tutta Italia, ma si era insediata anche in Spagna, Francia ed Inghilterra. Attualmente risulta che in Italia le bande attive siano diminuite sino a un terzo rispetto al periodo di loro massima attività, registrato tra il 2013 e il 2016.
A distanza di sette anni dal ritrovamento dell’imbarcazione dei bracconieri in via Ginestra,
vicino al Po di Volano, rammento di non essere mai più tornato a pescare in quel luogo. Ma
decine di volte sono passato di notte per controllare che nessuno lo violasse.

E’ come se quel ritrovamento avesse cambiato il mio destino ed episodi simili hanno
cambiato quello dei tanti che si sono uniti alla lotta per la tutela del territorio.
Un’ultima riflessione riguarda i rapporti nati tra coloro che si sono dati da fare in questi anni.
Il problema del bracconaggio ha indotto tanti ad unirsi e collaborare per fermarlo. Tra le
persone si è creata un’identità, si percepisce oggi l’orgoglio e il rispetto reciproco di chi ha
combattuto certe battaglie, sia nei tavoli istituzionali che la notte a caccia di bracconieri.
Ormai si è compagni di avventura, amici, persone che ancora oggi non rimangono
indifferenti quando il fiume chiede aiuto. La verità è che forse, senza la Mafia del Pesce, il basso corso del fiume non avrebbe rivisto di nuovo i suoi Pirati del Po.

1)  Il 2012 è l’anno in cui fu aperto il primo canale commerciale dall’Italia alla Romania per il commercio di specie ittiche considerate di scarso pregio, denominate “pesce low coast” (Fonte: https://www.sogemispa.it/in-evidenza/accordo-per-commercializzare-alcuni-pesci-di-lago-nel-mercatoittico/​).
2)  Senato.it: bracconaggio ittico in acque interne – link https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/005/044/Bracconaggio_in_acque_interne.pdf

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