Home in Vetrina 1864, Una donna sulla vetta del Monviso

1864, Una donna sulla vetta del Monviso

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Il Bivacco Boarelli venne inaugurato nel 2004. Negli anni delle salite di Alessandra esisteva una rustica Maita, adesso è un edificio pensato per essere autosufficiente energicamente e non invasivo del territorio. Volendo rimuoverlo non lascerà segno della sua installazione.

Giorno di Pasquetta. Siamo negli anni ‘50 dell’800 e un gruppo di persone si gode la giornata in compagnia facendo quella che era la tradizionale gita in barca sul Po.

Che invidia per noi che quest’anno abbiamo trascorso Pasqua e Pasquetta in casa. In attesa di tempi migliori torniamo su quella barca: dondola inondata dal sole.

Tra i partecipanti alla gita troviamo Alessandra Re Boarelli, all’epoca una signorina di buona famiglia insieme al fratello Luigi, al padre Felice e alle zie materne, Luisa e Camilla Revelli con le rispettive famiglie. La figlia di Luisa, Rosa Sobrero, sposerà qualche anno più tardi Giovanni Giolitti, giusto per dare un’idea degli intrecci sociali di quelle persone e di quel momento.

Ma torniamo alla giovinetta citata, Alessandra, conosciuta in famiglia come Nina. Qualche anno più tardi, più precisamente nell’agosto del 1864, fu la prima donna a salire sul Monviso.

Oggi Alessandra è la protagonista del libro “Nina devi tornare al Viso”, che tra verità ricostruita e storia romanzata, ci narra di quella salita e della donna che la portò a termine. L’autrice è Linda Cottino, in passato direttrice di Alp, appassionata di montagne e di alpinismo al femminile.

Le salite in realtà furono due: la prima avvenne l’agosto precedente, quello del 1863 che però vide la nostra alpinista costretta a ritirarsi a causa delle pessime condizioni meteo. Ebbe invece successo la seconda salita, compiuta un anno dopo, nell’agosto del 1864.

Ma cosa spinse una gentile signora, colta, coniugata e madre di due figlie, in un periodo che vedeva le donne ancora terribilmente legate all’ambito domestico, a compiere una simile impresa?

In parte forse sentì il richiamo politico dell’epoca, negli anni d’oro dell’alpinismo di conquista, delle ascese per raggiungere tutte le vette più alte tracciando nuove vie.

In questo inglesi e americani erano tra i più ferventi scalatori e la cima del Monviso, già raggiunta in passato da due anglofoni ma da nessun italiano sembrava la classica “spina nel fianco” degli alpinisti italiani.

Ma se questo sentire pungolò Alessandra nel primo tentativo, perse mordente con il secondo, quello vittorioso. Infatti, una settimana dopo la prima salita Quintino Sella la precedette nell’impresa con una cordata tutta italiana: l’unità del nuovo Regno fu celebrata anche così.

Merita ricordare che pochi mesi dopo al Castello del Valentino di Torino, piacevole luogo affacciato sul Po, lo stesso Sella concretizzò quanto probabilmente nacque come idea durante questa salita – idea poi ripresa con alcuni compagni di cordata a Verzuolo dove una targa ne ricorda il momento – ovvero dare vita ad un club alpinistico sul modello inglese. Nacque così il Cai, Club Alpino Italiano. Era il 23 ottobre.

Ma perché Nina tornò al Viso? Per spiegarcelo l’autrice ci riporta a quelle gite in barca sul Po: “Nina, assecondando il dondolio della barca, cadeva come ipnotizzata alla vista del Monviso: quella piramide ideale la incantava.” E ancora: il profilo del Re di pietra le era così familiare che se le avessero chiesto di descrivere a un forestiero di passaggio a Torino ciò che caratterizza la città, il primo della lista sarebbe stato il Monviso”. Insomma, quella piramide lontana, … richiedeva di esser guardata da vicino, sperimentata e vissuta sul serio”.

Un gesto quindi non solo politico – arrivare in cima come italiana e come donna,  non solo sportivo – una sfida, una conquista, ma anche affettivo, quasi religioso: ritrovarsi in vetta e permettere allo spirito di dilatarsi tanto quanto la visuale concede.

Alessandra, all’epoca delle salite al Monviso, abitava a Verzuolo, la stessa cittadina in cui Sella delineò il progetto del Cai con altri compagni di cordata ed in effetti due di loro erano comuni ad entrambe le cordate del 1863, quella della Boarella e quella di Quintino Sella.

Ci si era trasferita poco tempo prima con le due figlie e il marito. Quest’ultimo era originario di questo luogo e ne divenne per alcuni anni sindaco. Si trova nel cuneese, vicino a Saluzzo. Torniamo così alla contemporaneità: il cuneese è, insieme alla Valle d’Aosta, uno dei territori da cui è partito l’appello: “restituiteci le nostre montagne”.

I firmatari dell’appello chiedono la possibilità di tornare a camminare e vivere i boschi, fondamento della loro quotidianità, ben diversa da quella di chi vive in città. Tra i firmatari Sergio Enrico, ex presidente del Forte di Bard e Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega con il libro “Le otto montagne”.