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Luglio ’61: una tartaruga marina nell’acqua del Po

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da La Provincia, 25 luglio 1961

Era il luglio del 1961 quando una tartaruga marina venne pescata nel Po nei pressi di Isola Pescaroli. Un caso che ancora oggi rimane unico

Sergio Mantovani – cremonese, docente di geografia, naturalista e giornalista, autore di oltre 500 articoli per riviste e quotidiani. 

24 luglio 1961. Ci troviamo sul Po, nel tratto che si distende nei pressi di Isola Pescaroli. Due pescatori della frazione rivierasca di San Daniele Po armeggiano come di consueto alle reti calate nelle acque del grande fiume. L’obiettivo è quello di sempre: catturare storioni.

A quei tempi il Po ne era ancora ricco: non solo il “piccolo” storione cobice, tuttora presente anche grazie a recenti e cospicui ripopolamenti, ma anche il molto più grande storione comune e perfino lo storione ladano, in grado di raggiungere dimensioni enormi. Le ultime due specie si sono in seguito estinte, lasciando purtroppo spazio, tra i giganti acquatici, all’alloctono siluro.

Ma torniamo al luglio 1961. Uno dei due pescatori è Giovanni Azzali (scomparso nel 2002 a 91 anni), tra gli ultimi pescatori professionisti del territorio cremonese. Specializzato nella cattura degli storioni, al momento di issare la rete Azzali si accorge che qualcosa non torna. Avendo catturato decine di storioni la sua mano è sensibilissima e ne conosce al semplice tocco la risposta. Forse la rete è rimasta impigliata in qualche tronco. O forse no. Perché la rete ora si muove, inizia a salire. Di certo contiene qualcosa di molto pesante, ma decisamente non pare uno storione. Di qualunque cosa si tratti, issarla richiede fatica, molta fatica.

Quando la rete emerge finalmente dall’acqua, Azzali e il suo compagno di pesca non credono ai loro occhi: a dibattersi tra le maglie questa volta non c’è un storione. E non c’è neppure un altro pesce. C’è una tartaruga. Una tartaruga enorme, a maggior ragione per loro che dalle nostre parti hanno visto solo qualche esemplare della minuscola – al cospetto – testuggine palustre. Qui si tratta di tutt’altro: non solo appare estremamente più grande e pesante, ma anche le caratteristiche sono affatto diverse, per esempio per le zampe anteriori trasformate in lunghe pinne.

Non ci sono dubbi, è una tartaruga marina. L’animale viene misurato e pesato: il trafiletto che il 25 luglio 1961 La Provincia dedicò all’evento riporta un metro di lunghezza per 60 cm di larghezza e 58 kg di peso. La breve nota contiene però un errore, riguardo alla sorte dell’animale. Sono diversi infatti gli anziani di Isola Pescaroli e San Daniele Po a ricordare che l’animale non fu ucciso appena tratto a riva, come riportato dal cronista dell’epoca, bensì esposto per alcune ore in una vasca di cemento dinanzi al ristorante La Riviera, all’epoca assai conosciuto in quanto “recapito” di molti degli storioni che venivano pescati a monte e a valle di Cremona e quindi luogo ideale per gustarne le carni.

Nonostante il lungo tempo trascorso, è ancora vivido il ricordo di Rino Barbarini, la cui famiglia aveva preso in gestione il ristorante: “L’enorme tartaruga venne collocata in una vasca che all’epoca si trovava davanti al ristorante e che serviva per tenere vivo il pescato. Le dimensioni erano tali per cui la vasca, pur se ampia, non poteva contenerla interamente”.

Barbarini riferisce che l’animale era rimasto “esposto” per diverse ore e che aveva attratto un notevole numero di curiosi anche dal vicino borgo di San Daniele Po. “Sicuramente erano state scattate anche delle foto”, spiega. Finora, però, l’oblio dei quasi 60 anni trascorsi pare averle inghiottite (magari sarà questo articolo a farle riemergere?).

“Successivamente – racconta ancora Barbarini – la tartaruga fu ceduta al ristorante Este Mira Po di Cremona”. E proprio qui si perdono le tracce del rettile. Qualche dubbio sulla sua possibile sorte appare legittimo, ma rimane tale.

Alfredo Este, figlio di chi gestiva all’epoca il ristorante, ricorda ancora l’episodio, anche perché ovviamente e come precisa rimase l’unico di questo tipo – di storioni, al contrario, ne arrivarono parecchi – ma non rammenta quale fine toccò alla tartaruga.

Si diceva dell’errore contenuto nell’articolo. In realtà, stando alle testimonianze, potrebbe essercene un secondo, relativo questa volta alla precisa individuazione del tratto fluviale in cui l’animale fu tratto dalle acque del Po. Francesco Miglioli, di San Daniele Po, fu tra i primi a osservare la tartaruga marina (così come il fratello Giuseppe) e ricorda che fu pescata nei pressi dello sbocco della lanca della Ca’ Granda nel fiume (quindi appena a monte del Ponte Verdi), in un sito noto come la “buca degli storioni”, un profondo avvallamento evidentemente gradito alle ambite prede. Secondo l’articolo la cattura sarebbe avvenuta invece 2-3 km più a valle. Un piccolo dettaglio che ovviamente non cambia nulla all’eccezionalità dell’evento, mai più ripetutosi per quanto noto.

La tartaruga apparteneva molto probabilmente alla specie Caretta caretta

Un esemplare di Caretta Caretta

Sul fatto che si trattasse di una tartaruga marina, non ci sono dubbi. Non ce n’erano, a dire il vero, nemmeno prima che arrivasse la conferma dal cronista locale del tempo: a dispetto dei decenni trascorsi, il ricordo è apparso ancora nitido tra le persone che avevano potuto osservare l’animale e persino i dettagli sulle dimensioni e sul peso approssimativo sono apparsi da subito convergenti.

Ma si tratta veramente di un evento eccezionale sul piano zoologico e che cosa ci faceva una tartaruga marina nelle acque del Po cremonese-parmense, a 250 km (fluviali) dal Mare Adriatico?

Anzitutto occorre dire di quale tartaruga verosimilmente si trattava. Già, perché nel Mar Mediterraneo sono presenti tre specie di Cheloni marini: la tartaruga caretta (Caretta caretta), la tartaruga verde (Chelonia mydas) e la tartaruga liuto (Dermochelys coriacea).

Sicuramente, stanti i dettagli forniti, non si trattava di quest’ultima, dal carapace inconfondibile e molto facilmente distinguibile da tutte le altre specie. La tartaruga verde, dal canto suo, è considerata di presenza piuttosto eccezionale nei mari che bagnano l’Italia. Caretta caretta, al contrario, è molto comune, anche nell’Alto Adriatico, compresa l’area del delta del Po.

Si tratta, per capirsi, della tartaruga marina che viene spesso mostrata anche in televisione, e che ha un “famoso” luogo di deposizione a Lampedusa. Tutte gli elementi raccolti appaiono convergere verso questa specie, che è del resto anche la più eclettica in termini di habitat.

Ma si tratta pur sempre di un animale marino, che in genere si limita a frequentare le foci fluviali. Nel nostro caso, come si diceva, siamo a 250 km dal mare: un aspetto che ne fa non solo un dato unico, storicamente, a livello italiano, ma molto probabilmente per l’Europa e per l’intero bacino del Mediterraneo.

E rappresenta – superfluo precisarlo a questo punto – l’unico dato per la Lombardia e per tutta la Pianura Padana interna. Considerato inoltre il tempo certo non breve resosi necessario per risalire il Po fino al tratto cremonese, il dato offre spunti di conoscenza interessanti circa la capacità di adattamento di una tartaruga marina all’ambiente dulciacquicolo.

Per la verità, la plasticità della specie quanto a frequentazione delle acque dolci è dimostrata anche da alcuni interessanti casi di presenza all’interno di fiumi in Albania, Turchia, Montenegro (nel lago di Scutari) e in Dalmazia, ma si arriva a un massimo di circa 50 km dal litorale.

Il dato cremonese, all’insaputa di Giovanni Azzali, rimane dunque un unicum. Certo, si potrebbe speculare sul modo in cui era giunta nelle nostre acque, ipotizzandone l’immissione da parte dell’uomo, ma occorre considerare che in Italia non esisteva e tuttora non esiste un commercio legato a esemplari vivi di questi Cheloni marini, del resto non facilmente detenibili in cattività in assenza di adeguate strutture. Quella presenza, quasi certamente imputabile a un’accidentale migrazione spontanea, dimostra una volta di più come gli animali siano del tutto imprevedibili nei loro spostamenti, sia quelli individuali e temporanei, sia quelli di gruppo e stabili.

Negli ultimi vent’anni, come vedremo in dettaglio in prossimi articoli, ne abbiamo avuto la riprova molte volte. Nessuno, due decenni orsono, avrebbe mai immaginato che la nostra golena sarebbe stata stabilmente popolata di caprioli e cinghiali. Tantomeno che nelle boscaglie del Po avrebbe fatto capolino il lupo. Pretendere di imbrigliare i movimenti della fauna negli spazi angusti di certa modellistica (che ambirebbe a essere predittiva) è un esercizio accademico adatto solo agli zoologi più riottosi ad accettare che – insomma – gli animali vanno dove vogliono, in barba alle complesse mappe elaborate in qualche ufficio di università. In quel lontano luglio del 1961 se ne era avuta una precoce, straordinaria anticipazione.