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Sei anni dalla tragedia della Conca di Valle Lepri

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Gli ultimi istanti di vita dei due tecnici nel fermo immagine del video dell'impianto

Sei anni esatti sono passati da quando, il 22 febbraio del 2013, due tecnici che stavano eseguendo lavori di manutenzione all’interno della conca di navigazione di Valle Lepri vennero improvvisamente investiti da una montagna d’acqua e persero la vita in un condotto dell’impianto.

Il cedimento di una piccola porzione di calcestruzzo su cui poggiava il bancone d’acciaio che sostituiva in quel momento la paratia della conca fu improvviso e devastante: Fabrizio Veronese e Guglielmo Bellan morirono così, come si può vedere in questo frame del video delle telecamere di sorveglianza dell’impianto reso pubblico a settembre di quell’anno. Furono le loro famiglie, la sera, a dare l’allarme non vedendoli tornare.

“Come il ponte Morandi a Genova”  dice con sicurezza oggi il perito del tribunale che ha messo sotto imputazione Ettore Alberani, delegato alla gestione dell’Idrovia ferrarese, Bruno Droghetti, progettista e direttore dei lavori di manutenzione;  Vittorino Malagò, coordinatore della sicurezza; l’amministratrice della General Montaggi Industriali (Gmi) Maria Antonietta Strazzullo e il direttore tecnico del cantiere per la Gmi, Federico Tito.

E’ importante che le responsabilità che sono all’origine di questa tragedia vengano individuate con chiarezza, come è importante che i risarcimenti arrivino alle famiglie delle vittime.  Ma è importante anche che questa pagina di rabbia e di dolore possa finalmente chiudersi per riportare almeno il minimo di serenità che occorre ai vivi per continuare a vivere e per elaborare il lutto per chi la vita, in questa storia orrenda, l’ha persa.

Sei anni sono tanti, sono troppi, sono un’esagerazione. In questo tempo immobile, tra conche deserte e conche sequestrate, affondano senza rumore e senza nessuna emozione tutti i progetti di navigazione interna da Ferrara al mare.

La rabbia si è trasformata in rancore in questo tratto del Po di Volano. E il rancore è un sentimento strisciante e distruttivo, capace di uccidere il presente e di buttare al vento il futuro.

L’ho percepito in questi sei anni in questo pezzo di fiume, l’ho annusato tra i cantieri della nuova Idrovia Ferrarese, l’ho riconosciuto negli occhi della gente che ha avuto la voglia o l’esigenza di raccontarmi cose.

“Cose” che dovrebbe spiegare adesso l’Agenzia Regionale per la Sicurezza Territoriale e la Protezione Civile – Servizio Area Reno e Po di Volano (l’Ente che si occupa attualmente della gestione di questo ramo del Po), in questi giorni molto impegnata a giustificarsi per le inondazioni verificatesi a Nord di Bologna dopo la rottura degli argini del fiume Reno.

L’Agenzia dovrebbe spiegare anche come sia possibile sopportare un sequestro di sei anni per una conca di navigazione che è anello portante del nuovo sistema di navigazione tanto annunciato quanto rinunciato che va sotto il nome di Idrovia Ferrarese, che parte da una darsena deserta ed interrata per finire in una conca sequestrata con tanto di sigilli del tribunale.