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La scomparsa del luccio, il re del fiume

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Storicamente il luccio italico (Esox flaviae) era il predatore che regnava incontrastato nelle acque ferraresi, almeno fino ad alcuni decenni orsono. Leggendari sono i racconti dei vecchi pescatori di fiume che narrano di come, da giovani, negli inverni più rigidi, catturassero a mani nude grossi esemplari di lucci nelle pozze d’acqua ghiacciate del Cavo Napoleonico, nei pressi di Bondeno.

Abbondanti popolazioni di questo predatore si potevano trovare in tutte le acque di Argenta, ad esempio, e pieno ne era anche il corso del Po di Primaro.

Ad oggi, dell’ormai decaduto re del fiume rimane solo uno sbiadito ricordo, legato ai pali sommersi dalla vegetazione ed ai pontili dimenticati nei pressi dei corsi d’acqua, sotto forma di piccoli cartelli, ormai vetusti, che recitano l’avviso “divieto di pesca al luccio”.

Nelle acque, però, di lucci ormai non vi è più alcuna traccia.

La tendenza ad attribuire la scomparsa dell’esocide all’avvento del siluro è quasi scontata, quanto riduttiva. E’ pur vero che tra le cause di alterazione degli habitat acquatici si annovera la presenza di specie ittiche alloctone, ma è anche vero che si deve tener conto di tutte le cause che hanno determinato, nel complesso, tale alterazione.

Innanzitutto è meglio precisare che il siluro non è l’unico predatore alloctono in grado di competere nella catena alimentare con il luccio, si consideri anche la presenza di altre specie danubiane, decisamente più competitive del siluro dal punto di vista alimentare, come il luccio perca, l’aspio, il pescegatto americano e nostrano, tanto per citarne alcune.

Tutte egualmente responsabili di aver occupato la nicchia ecologica che prima apparteneva al luccio e tutte, rigorosamente, immesse in enorme quantità dall’uomo, in interventi di gestione sconsiderati.

Si tenga conto anche dell’inquinamento idrico degli ultimi decenni, che ha determinato lo sconvolgimento di interi biotopi acquatici di fondo valle, considerati ancora ad oggi, in prevalenza, non balneabili.

L’inquinamento causato dalle attività produttive, industriali ed agricole intensive, o da reti fognarie obsolete e sottodimensionate rispetto alle esigenze dei centri abitati, ha compromesso la qualità delle acque e contribuito ad aumentarne la torbidità.

Ciò ha portato alla conseguente e progressiva scomparsa degli erbai, naturali zone riproduttive per molte specie ittiche e fondamentale organo fitodepurante dei corsi d’acqua.

Sempre l’aumento della torbidità delle acque ha influito negativamente sull’efficacia predatoria del luccio, pesce che notoriamente caccia servendosi della vista.

La gestione di molti canali di bonifica, infine, non si concilia certamente con il ciclo di vita di questa specie. Com’è noto, al termine del periodo di raccolta delle culture, i campi non necessitano più di irrigazione, così gran parte dei canali viene prosciugato, senza che sia rispettato il minimo deflusso vitale (MDV) di acqua, necessario per assicurare una naturale integrità ecologica.

Proprio in questo periodo il luccio dovrebbe riprodursi e ciò si ripercuote in maniera negativa sulle future popolazioni di esocidi che, senz’acqua, o ristretti in piccole pozze inquinate, hanno ben poche possibilità di sopravvivere.

Anche il diserbo delle sponde, attuato con macchinari meccanici, ha contribuito alla scomparsa di quelle zone ripariali e riproduttive, costituite da piante acquatiche e palustri, rovi e ramaglie del sottosponda, fondamentali per garantire equilibrio all’ambiente acquatico.

Tra le principali cause della scomparsa del luccio italico dal territorio estense, perciò, non vi è solo il siluro, utilizzato troppo spesso come capro espiatorio per i tanti problemi dei fiumi e dei canali, o perlomeno non è lui la causa principale ed esclusiva.

Si deve considerare tutto l’insieme di cause, di cui se ne sono accennate alcune, che interagendo e sommandosi le une alle altre, hanno causato la sostanziale distruzione dell’habitat acquatico e la scomparsa di intere specie ittiche, tra cui quella del luccio.

I fiumi e i canali di una volta, che scorrevano naturalmente floridi, tra canne di palude ed erbai, ancora inalterati dalle invasive attività dell’uomo, sono quasi solo un ricordo ormai, seppur non ancora del tutto dimenticato, proprio come il vecchio re del fiume, un predatore che da troppo tempo ha deciso di non mostrarsi più.