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Pesca e pescatori in Alto Po nel Medioevo – Storia del Po

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di Luigi Griva

I pescatori del Po, ma anche dei laghi, sono associati sin dall’epoca romana in Collegia: ne conosciamo, per testimonianze archeologiche, quelli di Pedona (Borgo S.Dalmazzo), Arona, Como. Nel Medioevo le associazioni di categoria in Piemonte diventano “Ceri”, perché hanno il diritto di portare il cero infiorato che li rappresenta alla processione del patrono della città.

Ci sono poi i santi protettori specifici, Pietro e Giacomo naturalmente ma anche, a Moncalieri, San Giovanni Nepomuceno. Quello di Torino è San Giacomo. La sua festa, il 25 luglio, raduna per una cerimonia religiosa alla cappella di San Marco e Leonardo, in riva sinistra del Po, gli abbà i  rappresentanti dei pescatori .La cappella verrà poi sostituita  nel settecento da una chiesa del Vittone. Sulla riva antistante del fiume, gli abbà  preparano una tinozza con una ventina di pesci vivi, precedentemente benedetti e infiocchettati con nastri rossi, che viene poi versata nel fiume: i giovani pescatori del Borgo vengono quindi invitati a catturare, con le mani, i pesciolini.

Il nuotatore che ne cattura il maggior numero è eletto Re della Festa serale, che prevede fuochi d’artificio, balli e grandi bevute di vino. Una famiglia nobile come quella dei Cavassa, nel Saluzzese, ricorda con una guizzante trota  nello stemma araldico la propria fortuna, dovuta anche all’acquacultura.

La regolamentazione della pesca e della vendita del pescato sono oggetto di numerosi articoli degli Statuti medievali: se ne trova traccia  nei documenti di Villafranca, Carignano, Moncalieri, Torino, Casale e Valenza .

Il “codice della Catena” di Torino, riferibile al 1350, indica il mercato del pesce in piazza San Gregorio , uno slargo ora scomparso nei pressi della via del Palazzo di Città. Ai pescatori è fatto divieto di vendere pesce al di fuori dei banchi di detto mercato e comunque non oltre l’ora nona (tra le 14 e le 15).

Il mercato è vietato ai pescatori forestieri. Un calmiere stabilisce, specialmente di Quaresima, i prezzi massimi del pesce. Trote e lucci vengono venduti a 15 denari la libbra, la metà le speci meno pregiate, come temoli e qualiastris .Le anguille vengono vendute cadauna e non a peso .

A Casale gli Statuti vietano ai tavernieri di fare incetta di pesce per più di 10 soldi pavesi, ma anche – curiosamente – di tenere il cappello in testa al mercato: un escamotage per evitare piccoli contrabbandi ? A Valenza  viene regolamenta  anche la vendita ambulante di strigis, vaironi arrostiti alla griglia, evidentemente una ghiottoneria antenata della nostra cucina di strada.

Gli strumenti di cattura usati dai pescatori sono gli stessi giunti sino al Novecento, a partire  dalla  pesca alla lenza, ad lignoliam. Tramalium, tremaglio, è la rete professionale tesa in verticale tra galleggianti e piombi: formato da due reti a maglia larga e da una a maglia piccola veniva usata sia da terra che con l’aiuto di una barca. Un affresco della Reggia di Diana alla Venaria ritrae appunto, nella sala della cacce acquatiche, Diana e le sue ancelle che circondano con un tremaglio i pesci da fiocinare .

Nassa e bertavellus sono inganni a forma di imbuti concentrici, fabbricati con vimini e reti, ricordati in documenti di Villafranca Sabauda . La trubia è il guadino, a rete conica, usato per recuperare il pesce ferrato con la fiocina. Questa si usa per le catture importanti, i lucci ( lucijs) e i pregiati  sturiones, storioni .

A Torino l’offerta annuale di uno storione alla mensa vescovile da parte del cero dei pescatori  ha ricordato – sino all’Ottocento – gli antichi diritti  sulle acque  del vescovo-conte, diritti riscattati  dal Comune nel secolo sedicesimo.