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Quando alla Canottieri di Felonica si pescava l’anguilla

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Pubblichiamo con grande piacere un racconto dell’amico Vittorino Malagò, ex assessore e ex vicesindaco del Comune di Felonica (MN), dipendente dell’agenzia AIPo, come geometra e un tempo anche come meatore.  

Un tempo, fino alla fine degli anni settanta circa, anche sul Po, alla Canottieri di Felonica si pescava l’anguilla, una specie ittica pregiata oramai quasi scomparsa nei tratti medio-alti del fiume. Tale attività, oltre che essere un hobby e una passione, a quei tempi per molti era anche una fonte di reddito, in quanto i proventi ricavati dalla vendita delle anguille andavano ad arrotondare lo stipendio mensile che molte volte non bastava per arrivare alla fine del mese.

L’attrezzatura comunemente utilizzata era la mara, così la chiamavano i pescatori del Po, l’equivalente del palamito per la pesca in mare, ovvero un lunga lenza formata da un filo di corda al quale venivano legati, ad intervalli regolari, degli altri fili più sottili. All’estremità di ognuno di essi era fissato l’amo. Per fare in modo che la mara, una volta stesa in acqua rimanesse ferma sul fondo, veniva utilizzato un peso, in genere un sasso, fissato ogni 10-15 ami circa. La lunghezza della mara dipendeva dal luogo e dalle caratteristiche del tratto del fiume in cui veniva stesa.

Ogni gruppo di pescatori, in genere formato da due persone, era dotato della propria barca ed aveva una zona abituale di pesca. Solo occasionalmente qualcuno, a seconda degli eventuali spazi disponibili, provava a cambiare posizione. Ciò avveniva soprattutto quando la posizione abituale non dava più riscontro in termini di pescato. La mara veniva posata lungo il fiume in prossimità delle sponde, o rive, ricoperte di sassi. I luoghi più adatti erano le sponde difese, anche se in alcuni periodi dell’anno la mara veniva calata nei tratti del fiume poco profondi, in corrispondenza di zone sabbiose.

Al mattino, dopo il rientro dalla pesca, si andava a raccogliere l’esca per la pesca della giornata successiva. Tale operazione non veniva effettuata tutti i giorni, ma soltanto quando il materiale iniziava a scarseggiare. Era usanza, al ritorno dalla pesca e soprattutto se le cose erano andate bene, ritrovarsi per una breve colazione.

I vermi, o lombrichi, venivano recuperati facendo degli accordi con coloro che possedevano orti o appezzamenti di terreni particolarmente adatti, ovvero con un elevato grado di umidità. Questo favore , il più delle volte, veniva ricompensato con la consegna di una parte del pescato. Durante i primi anni, la raccolta dei lombrichi avveniva utilizzando una semplice vanga, poi la tecnica si perfezionò e si arrivò al recupero attraverso la corrente elettrica. Nello specifico, si usava un lungo chiodo con un manico di legno a cui era attaccato un filo elettrico che veniva collegato ad una batteria elettrica. Il lungo chiodo veniva infilato in vari punti del terreno, così da far risalire spontaneamente i vermi in superficie per effetto della propagazione dell’energia elettrica.

Durante la giornata, qualora vi fosse la necessità, chi aveva tempo provvedeva a sistemare la mara riparando eventuali rotture e sostituendo gli ami mancanti o ammalorati. Una volta sistemata, veniva stesa al muro, posta con gli ami su un filo di ferro, in modo da essere pronta per la pesca del giorno successivo. Nel tardo pomeriggio ci si ritrovava per l’operazione di infilatura delle esche sugli ami che venivano appoggiati, cosparsi di segatura di legno, seguendo un determinato criterio, su una cassetta di forma particolare. Dopo questa lavorazione si aspettava, per l’uscita in barca, fino all’ imbrunire. In genere si tornava quando era già buio. Anche il recupero andava effettuato al mattino presto, prima del sorgere del sole.

Mio padre mi diceva che era importante seguire questa procedura, perché la luce avrebbe consentito alle anguille di muoversi meglio e di mangiare le esche senza rimanere impigliate nell’amo. Inoltre quelle già allamate, coi movimenti facilitati dalla luce, avrebbero potuto staccarsi. Infatti egli era solito, durante il recupero della mara trovare in alcuni tratti del filo, in prossimità dell’amo, residui di grasso che aveva lasciato l’anguilla che si era staccata grazie ai movimenti favoriti dalla luce.

Le operazioni di calatura e recupero delle mare avvenivano di sera. All’imbrunire, infatti, ogni gruppo di pescatori usciva con la propria imbarcazione per le operazioni di calatura. Arrivati sul luogo di pesca prestabilito, mentre uno dei due pescatori era addetto al governo del natante, l’altro aveva il compito di calare la mara fissandola, nel punto di partenza, ad una palina che veniva conficcata tra i sassi lungo la sponda, e stesa per tutta la sua lunghezza in acqua. Il punto finale terminava con un grosso sasso, in genere un mattone. Siccome la palina poteva facilmente confondersi con la vegetazione circostante, per evitare di non individuarla la mattina successiva era consuetudine lasciare un segno nelle immediate vicinanze, che spesso consisteva nel piegare un ramo o mettere un pezzo di nastro o di corda.

Il giorno dopo, poco prima del sorgere del sole, si procedeva al recupero delle mare calate la sera prima. Si arrivava sui vari luoghi di pesca a motore spento e mentre uno dei due pescatori era addetto a condurre con i remi l’imbarcazione, l’altro recuperava. Il recupero della mara era sempre un’operazione emozionante, soprattutto quando la pesca era particolarmente fruttuosa e quando si riusciva a pescare anguille di grosse dimensioni.

Tra i due pescatori vi era una certa sintonia nelle operazioni: quando l’anguilla era particolarmente grande il pescatore addetto al governo dell’imbarcazione abbandonava momentaneamente i remi e andava in aiuto al collega con un guadino (zarlet), per il recupero in sicurezza dell’anguilla. Ogni gruppo di pescatori poteva avere dalle 2 alle 4 mare; ciò dipendeva dallo spazio disponibile sulla barca e dal periodo, che poteva essere più o meno proficuo in termini di pescato.

Le anguille, poi, venivano messe in un retino, che a sua volta veniva collocato in un vivaio di legno detto “burc”, bucarellato, di forma trapezoidale, in modo che potesse, in buona parte, immergersi nell’acqua del Po. Ogni gruppo di pescatori aveva il proprio vivaio. Tra i vari gruppi vi era una certa rivalità e pertanto si cercava di non comunicare il quantitativo di pescato in modo da non rendere appetibile ad altri i luoghi utilizzati per la pesca. In tempi più recenti, come vivaio, alcuni pescatori utilizzavano anche i cestelli in acciaio della lavatrice.

Quando si raggiungeva un determinato quantitativo di anguille, si contattava il compratore, che solitamente era colui che vendeva il pesce sui mercati. La persona che veniva a Felonica con questa funzione era chiamata dai pescatori felonichesi “Pagato”. Negli anni, questa tipologia di pesca è venuta meno fino a scomparire. La causa principale è riconducibile alla scarsità della presenza di questa specie ittica nel nostro fiume. Tutto ciò, tuttavia, ebbe inizio anche quando i pescatori comacchiesi del delta, comunemente chiamati dai pescatori locali i tmaces, “invasero” quasi tutti gli spazi del Po, compresi quelli dei tratti medio alti del fiume.

Durante i periodi stagionali di mancata attività i pescatori della Canottieri si prodigavano nei lavori di sistemazione delle vecchie mare che consistevano nella sostituzione degli ami e dei fili ammalorati, o di costruirne delle nuove. In tempi più recenti, fino ai giorni nostri, la pesca dell’anguilla viene occasionalmente effettuata con le nasse o con i bartavelli. Il bartavello è una rete di forma conica, munita di altre reti più piccole, inserite l’una nell’altra, di modo che i pesci, una volta entrati, non possano più uscire. Gli anelli che sostengono le reti del bartavello erano fatti, in un primo momento, con la “sanguanina” (polloni di salice), tenuti insieme da rametti di sambuco svuotati, e più recentemente con tubolari in plastica di piccole dimensioni.

Diverse volte ho partecipato anch’io con mio papà alla pesca dell’anguilla. Avevo una mia mara che gestivo autonomamente, come i pescatori adulti. Ricordo che con i primi soldi della vendita delle anguille acquistai una macchina fotografica. I momenti trascorsi sul fiume con mio padre sono unici e indimenticabili. La passione per il Po é nata fin da quando ero piccolo, proprio dallo stesso amore che lui nutriva nei confronti del Grande Fiume. Il Po aveva rappresentato uno degli aspetti fondamentali della sua vita, sia dal punto di vista lavorativo che dello svago. Mi affascinava e coinvolgeva molto vedere mio padre pescare e condurre la barca a remi.

Ricordo con piacere, ma anche con nostalgia alcuni dei pescatori di anguille della Canottieri di Felonica: Virgilio Malagò (Gio), mio papà, Bruno Travaini, Silvano Zerbini, Cirillo Ferrari, Italo Poltronieri (Odo), Nino Malagò, Vasco Bonafini, Lino Bonafini.