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Roccabianca – La storia di Mandòn, sopravvissuto a se stesso ma senza paura

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di Stefano Rotta – Foto di Luca Pezzani

Lui è «Mandòn». Punto. Che poi si chiami Bocchi Armando è affare dell’anagrafe. Funziona così nei paesi: lo stranòm è un marchio a fuoco, sulla pelle, per tutta la vita. E adesso fa niente se il re dei pescatori vive all’ospizio, sempre alla Rocca: gli occhi azzurri e invitti (non serve Cuba, bastano Stagno e sette dita in meno, per diventare uomini) testimoniano un’esistenza suppergiù eroica, fin dall’alba dedicata alla pesca dello storione.

«Sono nato con la fame e morirò con la fame», attacca il racconto di un uomo arrivato dignitosamente al capolinea, «ormai l’è finita» dice con gli occhi sul grande fiume, e fa niente se adesso vive con un’operatrice che chiede «minestrina o semolino?»: Mandòn è il re dei pescatori e ha ancora tanto da dire e tanto da dare. E’ sopravvissuto a se stesso, alla sua epoca. Il tempo in cui il fiume era crudezza e poesia, vita da pescatori, e rare feste in occasioni della magia: la pesca dello storione.

Nel 1926 Armando Bocchi nasce a San Secondo Parmense. «Da piccolo era tutto un saltar siepi e rubare la frutta, per fame». «Per fame», sottolinea. «Un giorno mio padre mi scoprì, mi mandò a letto senza cena, per imparare a non rubare. Non riuscivo a dormire, per la fame. Allora saltavo dalla finestra, andavo in stalla di nascosto e mi attaccavo alla tetta della vacca, per riempirmi un po’».

Poi, come non bastasse, la guerra. Ma, afferma, «son nasìd sensa paura». Mandòn combatte a Bore e a Pellegrino. «C’era anche il partigiano Furio, il Maramao della canzone popolare». Un uomo di fiume in Appennino. «Le dita le ho perse creando una bomba, da stupido».

Poi è andato avanti a pescare mezzo secolo. Tirando su il tramaglio con i denti. «Quel che è successo è successo». Qualche dente è venuto via, le reti tirano a tenerle in bocca. Ma è così che funziona col fiume: se vuoi qualcosa, qualcosa di grosso, devi dare. Anche pezzi di te. E adesso che gli rimangono tre dita, fa tutto quello che deve fare, energico e risoluto. Scherza, anche, molto.

E le immersioni. Quando c’era da andare sotto, nei flutti bui, a divincolare le reti, a recuperare qualcosa. «Una volta son tornato a galla e mi usciva il sangue dalle orecchie», forse qualche scompenso legato alla decompressione. «Un’altra ho messo la testa dentro una nassa. Non avevo mai paura».

Si viveva, allora, di pesce. Con lui, per Po, giravano gente come Palena, Tabacòn, Gianghèn, Toni Rasmo. Si viveva mangiando, e anche, di grazia, vendendo qualcosina ad abbienti e ristoranti. «Mi trovarono a Fidenza con trenta chili di pesce, per non pagare la multa diedi tutto il pescato alle guardie».

Non mancano, in una vita di acqua dolce, le disavventure. In Po non ci sono onde. C’è invece una signora, chiamata da queste parti «fümera», la Nebbia. «N» maiuscola, quando vien su direttamente dal fiume, da sotto la sponda della barca. Quando non si vede più niente, neanche la prua. «Mi trovavo sul balutèn (ballottino, nome gergale ricorrente in molte parti del fiume Po, significa isolotto, ndr), a un certo punto si cominciò a non vedersi più niente. Vedevo a malapena l’acqua. Alle quattro del mattino, forse continuando a girare intorno al ballottino, approdai all’Isola Pescaroli, l’osteria del Nino era ancora aperta…».

Di storioni se ne sono visti fino agli anni Sessanta. Poi quasi più niente. «Tredici in tutto», difficile dimenticarne uno. Gli ultimi due quindici anni fa, quando la cosa si è trasformata da festa di paese a notizia per i giornali. «Il pesce che pescavo, anguille, pesci gatto, strèc, lo portavo nelle osterie e nei ristoranti, per esempio da Emma, a Stagno».

Ci va ancora al fiume? «Ogni tanto faccio un giro, ma mi viene la nostalgia». Mentre il fiume indeboliva adagio come natura vuole dalla notte dei tempi le forze del pescatore, gli uomini in silenzioso coro indebolivano il fiume, rendendolo quel che è oggi. Fanno fatica a riconoscersi i due, ma qualcosa, qualcosa di effimero, di luminoso, scatta ancora, nei riflessi del Po e nei suoi occhi. Uno che se lo vai a trovare in casa di cura è felice di venir caricato in macchina e passare un’ora a Stagno, lì dove c’è il suo mondo, di sogni cocciuti e fatiche indicibili, lì dove saltano fuori frasi così, «ho passato il fiume a nuoto con le mani legate, un rito», «ho dormito nei forni del cimitero, durante la guerra», «arrivavo sempre in cima al palo della cuccagna», «saltavo in groppa al cavallo a due piedi», «mi arrampicavo sulle querce a testa in giù», poi la bomba, la bomba di vita, chi conosce il fiume sa che acqua è vita e paura, «la piena era il mio dio».

Così. A freddo. Senza stare a spiegare che per un pescatore la piena è cuccagna, è pesce a volontà. Vita, tanta. E paura. Ma lui: «Mai paura».

 

Tratto da “Gente di Provincia”, rubrica della “Gazzetta di Parma”