Home in Vetrina L’orizzonte lontano dei lavandai

L’orizzonte lontano dei lavandai

604
0
CONDIVIDI
Lavandaie di Bertolla

Fino a una settantina di anni or sono, molti torinesi conoscevano Settimo unicamente perché era il luogo da cui giungevano in città, ogni lunedì di buon’ora, le lavandaie e i lavandai.

Il paese sembrava lontano, separato da una campagna che si estendeva per chilometri partendo dai sobborghi popolari e dalla cinta daziaria. Anche Bertolla, antica borgata di lavanderie, faceva parte di una realtà profondamente diversa da quella della città.

Lo sciame di lavandai che ogni settimana invadeva Torino suscitava bizzarre sensazioni. La scrittrice Piera Condulmer racconta del «caratteristico rosario di carrette, dapprima, di carri tirati da pesanti ronzini, poi, di camions dagli alti tendoni che si sgranava da Settimo verso Torino, il lunedì mattina, per ritornare a Settimo la sera suppergiù con lo stesso carico di sacchi rigonfi, di fagottini o fagottoni legati per le quattro cocche».

Si legge in una colorita cronaca che risale al periodo fra le due guerre mondiali: «Devono venire molto di lontano, accompagnati dal cigolio dei carri lenti, da un paese che non si sa qual sia, certamente esterno ai luoghi nostri abituali, nel quale la vita si svolge in un modo fisso e strano, tutta imbastita com’è delle esigenze di un lavoro abbastanza curioso per esser preso in considerazione».

Nella fantasia dei cittadini, i luoghi di provenienza dei lavandai assumevano connotazioni irreali, soffuse di una serenità fuori del tempo. «Un paese che sembra fatto apposta soltanto per loro [cioè per i lavandai], dove il cosiddetto progresso, che in altri campi ha marciato con passo rapido, sembra qui essersi fermato, tranquillo, attonito, nella continuazione di quest’opera purificatrice, di questo lavoro che pare assurdo, quando già esistono insaponatrici, sbattitrici, risciacquatrici, stiratrici elettriche; e qui ancora si cammina sul ritmo dei nonni, si sta curvi per una settimana sul canale che scorre giallo e insaponato, si stende la biancheria sui prati sperando nel sole, si trotta verso la città col cavallo e la bicicletta, si viaggia in mezzo ai grossi sacchi gonfi come meloni assurdi».

A Settimo, nonostante l’industrializzazione, un intero mondo continuava a mantenere importanti riferimenti nella quotidianità agreste. Era il paese delle fiere, del mercato settimanale di verdure e latticini, dei balli sull’aia, delle osterie, delle serate invernali trascorse nel tepore delle stalle, dei divertimenti in occasione delle feste patronali. I «ciabòt dla lëssìa», cioè le case dei lavandai che sorgevano nei pressi delle rogge, punteggiavano il paesaggio.

I pensieri si succedevano sulle ali dell’immaginazione: «Certamente i lavandai sono persone molto pacifiche, che non sanno di poter anche destare delle impressioni e suscitare fantasie in chi li vede soltanto arrivare, immaginando una provenienza un po’ fiabesca che li accomuna a tutti coloro che uniscono il nomadismo alla loro occupazione abituale. Ma perché fanno anche un po’ pensare agli zingari e ai carrettieri, due generi di persone che hanno per casa la via maestra, quel grande nastro sul quale le fantasie nascono da sole, soltanto che si lasci andare la briglia del cavallo e che ci si lasci cullare dal ritmo lento del carro che sembra una rude ninnananna».

A Torino, assieme alla biancheria pulita, il lavandaio portava «un po’ d’aria di campagna»: «qualcosa che si ricollega con lo spirito dei vecchi calendari di cucina, con le lune e i tempi delle semine e delle funzioni agresti». Per i cittadini si trattava di «aperture improvvise» su «un orizzonte lontano».