Home Cremona Castelponzone. La canapa, le sartie, le navi, la storia

Castelponzone. La canapa, le sartie, le navi, la storia

645
0
CONDIVIDI

Castelponzone, un antico borgo  dove si fabbricavano corde per le varie Marine militari europee, tra cui quella degli zar.

Gli anziani del borgo ricordano di una commessa da parte della Marina imperiale russa per delle corde tra cui una da 4 quintali lunga 120 metri, e che per costruirle si misero inseme 12 cordai. Nel 1700 la Marina inglese auspicava l’acquisto di canapa dall’Italia, allora seconda produttrice in Europa dopo la Russia, ma prima per la qualità della fibra.

Castelponzone è stato un centro rinomatissimo per la produzione di funi, in paese sono state realizzate corde che sono poi partite alla volta di Russia, Francia, Spagna, e Germania. Sono ricordi tramandati oralmente da padre in figlio, da cordaio a cordaio. Nei campi veniva seminata e raccolta la canapa che poi serviva a realizzare le corde attraverso un procedimento complesso che coinvolgeva adulti e bambini.

 

 

 

 

 

 

 

 

Una corda tesa tra la terra e il fiume, potremmo definire così Castelponzone, infatti un nodo di corda è il suo  simbolo. Oggi frazione del comune di Scandolara Ravara in provincia di Cremona. Quest’antico borgo senza più mura, che sorge sonnacchioso nella placida campagna cremonese cercando di salvare la memoria del passato, quando fiorenti erano i commerci e numerosi i cordai. La filiera agricola-artigianale teneva insieme il lavoro della terra, le funi prodotte dalla canapa, le botteghe ed i commerci.

Il cuore di tutto erano sempre la campagna e il Po, che un tempo scorreva a soli pochi chilometri dall’abitato.  Un antichissimo borgo fortificato che lega già  agli inizi del trecento, il suo nome alla famiglia Ponzone, quando Ponzino Ponzone lo acquista e lo fortifica ricostruendo una rocca preesistente. Il borgo assume però importanza quando il duca di Milano Filippo Maria Visconti (1392-1447) lo concede in feudo nel 1416 a Galeazzo Ponzone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una tradizione che affonda le sue radici all’epoca dei Ponzone quando i Conti, che dominavano il feudo dal 1416, fecero arrivare direttamente dalla Toscana i cordai per insegnare il mestiere agli abitanti del luogo. Un’arte che per secoli ha rappresentato la principale attività produttiva del luogo.

Il periodo tra le due guerre mondiali è documentabile, attraverso le testimonianze orali, di un’industria della corda decentrata a domicilio. Si comperava la canapa a balle a Bologna, Ferrara, Rovigo e la si dava al cordaio, che la lavorava (pettinatura, filatura, lucidatura) e riportava al padrone la corda, pagata a cottimo secondo il peso.  La canapa veniva data in ragione del numero dei componenti la famiglia: 50, 70, 100 Kg. Le famiglie numerose facevano la corda grossa, per la Marina, la cui lavorazione richiedeva maggiore forza fisica. Per far la corda, prima della relativa meccanizzazione rappresentata dall’impiego dell’energia elettrica, occorrevano almeno tre persone: il cordaio per filare, una persona per girare la ruota e un’altra per tenere il gancio.

La produzione, che pur con fasi alterne, si mantenne alta per tutto l’Ottocento, cominciò a declinare nel corso del Novecento per effetto della diminuzione della richiesta di prodotto (introduzione e ampliamento della navigazione a vapore, concorrenza esercitata da altre fibre naturali meno costose, come il cotone, la iuta, l’abacà o canapa di Manila), fino a scomparire a causa di molteplici fattori concorrenti: affermazione delle fibre sintetiche (rayon, nylon), basso grado di meccanizzazione della coltura con alto impiego di manodopera, concorrenza di colture più remunerative come la barbabietola da zucchero o i frutteti specializzati e altre colture ortive.

L’introduzione della macchina a vapore, sperimentata con successo nella trebbiatura e applicata alle macchine decanapulatrici, che svolgevano entrambe le operazioni di scavezzatura e gramolatura, diede impulso alla ricerca di soluzioni soddisfacenti per la meccanizzazione di queste fasi lavorative, nel tentativo di ridurre costi e tempi di lavorazione.

Quello della canapa era  un settore florido fino agli anni ’50 del secolo scorso, questo grazie alla grande versatilità del prodotto utilizzato per realizzare carta, tessuti, oli e cosmetici poi caduto nell’oblio a causa della concorrenza di materiali alternativi e della messa al bando della piantina madre della marijuana. La canapa coltivata e lavorata in Italia era suddivisa in parti uguali: 50% per uso navale e 50% per uso agricolo.

Paesi come la Cina che vanta ben novantamila ettari di terreno dedicati a questa pianta, quasi gli stessi vantanti dall’Italia solo cent’anni fa, che ora primeggiano per quantità di coltivazione. La Francia non ha mai smesso di coltivare canapa.

L’Italia ha riabilitato solo nel 1998, la coltivazione delle piante a basso tenore di “Thc” (la sostanza responsabile degli effetti stupefacenti). Oggi la produzione è ancora molto arretrata. Mancano i macchinari e soprattutto mancano i centri di prima trasformazione.

Ma da qualche anno un gruppo di agricoltori-sperimentatori ha ripreso la produzione. Oggi, timidamente, si è arrivati a 400 ettari coltivati a canapa in tutta Italia e solo nel 2015 la vendita del raccolto ha fatturato seicentomila euro. Sono numeri in crescita, incoraggianti ma pur sempre bassi rispetto a quelli dei concorrenti stranieri.

La piccola comunità di questa frazione di Scandolara Ravara non ha ceduto ad avventate espansioni urbanistiche e nuove edificazioni, ma si è concentrata sulla protezione dell’esistente. Oggi si viene qui per fare l’elogio della ruralità, della vita di campagna;  per gli orizzonti aperti, cascine,  profumo di fiori e scorrere di acque, e tutto parla del fiume Po.

Il “Museo dei Cordai” costituisce una novità, nasce col preciso intento di costituire la memoria storica di un fenomeno sociale che ha caratterizzato questo borgo per almeno due secoli, legato all’attività della fabbricazione della corda, che ha assunto un forte rilievo fino a coinvolgere buona parte degli abitanti.

Nel Museo si trova raccolta una rassegna completa degli attrezzi usati nelle diverse epoche per la fabbricazione della corda, e un vasto campionario di corde e di manufatti, da quelle usate per i finimenti dei cavalli ai cordami più pesanti, destinati ai lavori agricoli o alla marineria