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Terremoto: non siamo figli di un sisma minore

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Dal nostro corrispondente Lorenzo Barbieri

È buio, solo fioche luci all’orizzonte segnano le poche strade percorribili.
Le strade che conducono ad un paesaggio martoriato, straziato, agonizzante.
Tra le macerie emiliane soffia una brezza notturna, troppo debole per rimuovere dalla mente e dal corpo il dolore e la paura per quella terra che da tempo era rimasta silenziosa e ora mina ogni certezza, scuotendo la tranquillità della vita quotidiana.
È sempre triste piangere i morti ma questa volta, rispetto alle 04.04 del 20 maggio si sapeva, si era intervenuti, era tutto “agibile”.

Bisognerà certamente parlare di responsabilità e di colpe, colpe non certo attenuate dalla solerzia emiliana e dalla voglia di normalità di un’Italia operosa, colpite a tradimento e sepolte sotto capannoni accartocciati che, agl’increduli occhi di chi vi scrive, paiono di pasta frolla.
Queste persone si erano rimboccate le maniche, sul serio, non come in certi manifesti vintage da campagna elettorale, eppure sono stati traditi da una prevenzione che, a sentire i più, pedina la legge e non la precede mai.
Non è dello show però che questa zona ha bisogno, né può permettersi di innescare una pericolosa caccia alle streghe che andrebbe ad unico vantaggio dello share, sfilacciando ancor di più quell’unità sociale che il sisma, più nel male che nel bene, ha ricostruito.
La priorità adesso è altra, è il ritorno alla normalità.
Gli emiliani non sono figli di un sisma minore e l’emergenza non deve favorire alibi per ladrocini, ruberie o immorali speculazioni, come la storia recente ci ricorda.
Gli imprenditori chiedono solo questo e lo hanno domandato a gran voce a tutti i modelli istituzionali in passerella nei luoghi del sisma, da Catricalà a Monti, passando per Gnudi, Ornaghi e Gabrielli.
Hanno bisogno dello Stato perché solo la manus pubblica può rimediare alle sciagure, forse non del tutto casuali, che hanno investito distretti la cui eccellenza e laboriosità è riconosciuta unanimemente.
Lo Stato ha risposto, certo, ma solo in parte.
Tributi e imposte, sul modello abruzzese, si ripresenteranno più avanti, sommandosi a quelle correnti (almeno per lo stato attuale dei provvedimenti) spostando semplicemente avanti il carico fiscale.
L’Europa promette, come al solito, aiuti alle Pmi ma nel concreto nemmeno il nostro Tajani è riuscito a definire il come.
Ancora una volta, il governo tecnico ricorre al più becero e trito sistema dei politici per coprire i costi extra: l’aumento delle accise, l’unica panacea per una finanza pubblica assuefatta dal debito.

Ferrara e provincia, 30/05/2012