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Torino, 2 maggio 1940: il naufragio della motonave “Vittoria!”

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a cura di Andrea Dal Cero

Il più grande natante che abbia mai solcato le acque a Torino fu la motonave “Vittoria!”. Si trattava di una motonave che in precedenza si chiamava “Fiorenza” e che era stata utilizzata dal 1932 a Firenze, sull’Arno: il colonnello Amedeo Sacerdote, dopo averla vista, ne rimase entusiasta, e decise di acquistarla per riutilizzarla sul Po. Trasportata smontata presso il cantiere creato al bisogno presso i Bagni Lido Savoia (poco lontano da piazza Zara), venne rimontata modificandone l’allestimento, e venne varata nel febbraio del 1935, tra i tripudio della folla di canottieri presenti sul fiume. L’idea di riprendere la navigazione sul Po (le cui acque avevano già conosciuto i battelli durante l’Esposizione del 1911) piacque tantissimo ai Torinesi, e al momento del varo il colonnello Sacerdote venne premiato con una medaglia da Luigi Balbo Bertone di Sambuy (che era stato podestà di Torino dal 1926 al 1928).

La “Vittoria!” aveva una stazza di 300 tonnellate, e poteva imbarcare ben 300 passeggeri sistemati su due ponti. Per tre anni, a decorrere dall’ aprile 1935, essa prestò regolare servizio sul Po, partendo dai Murazzi e giungendo fino a Moncalieri. Spesso, navigando, un’orchestra allietava i passeggeri suonando i motivetti più in voga. Il primo anno la motonave ebbe molto successo; i Torinesi affollarono in massa i suoi viaggi, e “La Stampa” offriva agli abbonati dei biglietti in regalo.

Su La Stampa del 22 maggio 1935 leggiamo che il quotidiano in questione aveva deciso di offrire  “alle sue abbonate e in particolare alle mammine, piacevoli piccoli viaggi in motonave”. Durante questi viaggi “alla gioia di navigare si aggiungerà quella di udire uno scelto programma di musiche eseguite dal dopolavoro della Stampa. Inoltre, a tutti i bambini sarà offerta, a bordo del naviglio, dalla Banca Anonima di Credito, una invitante merenda”.

il Vittoria quando si chiamava ancora Fiorenza e navigava sull'Arno
il Vittoria quando si chiamava ancora Fiorenza e navigava sull’Arno

Passata la novità, però, negli anni successivi i biglietti si diradarono, e spesso la nave si trovò a navigare vuota o semivuota. Poiché la nave (a differenza di oggi) non apparteneva al Comune ma a un imprenditore privato, egli (viste le perdite) decise nel 1938 di sospendere la navigazione, ancorando la “Vittoria!” stabilmente ai Murazzi, trasformata in caffè-ristorante galleggiante.

Ma i proventi ricavati da questa attività furono più bassi delle aspettative, e il caffè venne chiuso. La nave, di fatto abbandonata, divenne preda dei ladri, che vi asportarono arredamenti e suppellettili. Stanco di questa situazione, il colonnello Sacerdote fece smontare e vendere i motori, cedendo lo scafo ormai in disarmo a Giacomo Massano, proprietario dei Bagni Diana in Corso Moncalieri. La “Vittoria!” sarebbe stata destinata dunque ad essere ancorata in Corso Moncalieri, ma giunse inaspettata la richiesta di acquisto da parte dell’appaltatore del traghetto di Settimo Torinese, che stava cercando uno scafo fluviale abbastanza largo, per sostituire il barcone ormai vecchio e deteriorato. A quei tempi, infatti, a Settimo e a San Mauro esistevano due “porti natanti”, e il traghetto faceva la spola tra di essi trasbordando passeggeri e merci tra le due rive del Po. Massano rivendette al traghettatore lo scafo per 4.000 lire, ma il problema era di fare giungere la “Vittoria!” a Settimo, facendole superare l’ostacolo della diga Michelotti.

Si ritenne ottimisticamente che sarebbe stata sufficiente una grossa piena, che avrebbe alzato di molto il livello delle acque. Così il 2 maggio 1940, dopo diversi giorni di pioggia, mentre il Po scorreva gonfio d’acqua, si decise di tentare l’impresa. Con l’equipaggio a bordo, la “Vittoria!” iniziò la navigazione alla volta di Settimo al pari di una chiatta, scortata da vari barcaioli. Ma invece di superare la diga, la “Vittoria!” vi si incagliò, senza che fosse possibile rimuoverla. Infine, la corrente, continuando a premere con violenza sui fianchi della nave, la spinse oltre la diga, ma questa, strisciando contro la chiglia, le provocò diversi squarci. Subito l’acqua irruppe nella stiva, e la nave si trovò in condizioni critiche, appesandendosi sempre di più.

Lì, racconta La Stampa del 3 maggio 1940 “rimase sospeso tra acqua e cielo, quale un grosso cetaceo arenato, fino a quando la chiglia ebbe un sinistro scricchiolio e cedette in più punti permettendo all’acqua di invadere la stiva”.

L’equipaggio e i barcaioli si illudevano di tenere la situazione sotto controllo, ma la furia del fiume ghermì lo scafo che iniziava ad affondare, spingendolo avanti. I barcaioli tentarono di raggiungerlo ma la nave, imbarcando sempre più acqua e divenuta ingovernabile, andò a impattare violentemente contro uno dei piloni del ponte Regina Margherita, il che provocò l’apertura di uno squarcio ancora più ampio. Gli uomini a bordo furono sbalzati in acqua, mentre la corrente vorticosa strappò dal ponte l’imbarcazione semiaffondata, spingendola ancora avanti per un chilometro, fino all’altezza dell’odierna passerella di piazza Chiaves, dove la nave affondò. Restarono affioranti a pelo d’acqua per qualche ora i casseri di prua e di poppa, ma poi la piena cancellò ogni cosa, e tutto ciò che restava della “Vittoria!”, nonostante il nome orgoglioso che portava, scomparve alla vista per sempre.