Home Alessandria Umberto Eco se n’é andato. Grazie di tutto Prof

Umberto Eco se n’é andato. Grazie di tutto Prof

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di Andrea Dal Cero
Quei ragazzi avevano una capacità di rinnovamento che oggi, nel presente a pensiero unico, ci è pressoché impossibile immaginare. Si battagliava per una frase, per un libro, in quegli anni, e “chi non c’era non capirà mai fino in fondo” disse il professor Luciano Anceschi qualche anno dopo a proposito del Gruppo 63, da dietro la sua cattedra di estetica dell’Università di Bologna.  Loro, i ragazzi, tra cui Nanni Balestrini, Renato Barilli, Furio Colombo, Antonio Porta, Edoardo Sanguineti, Angelo Guglielmi, Oreste Del Buono e Umberto Eco, furono protagonisti di una svolta radicale e intransigente che contrappose al neorealismo e all’impegno la sperimentazione linguistica di una letteratura che aveva in se stessa i propri codici e le proprie ragioni. dalcero.com/marsala e nuvole/giugno 2003.

Questa mattina Alessandria si è svegliata senza il suo Baudolino. E a Bologna, in tanti, abbiamo un vuoto tra lo stomaco e il sentimento che non riusciamo neanche a capire dove ci fa più male.
Umberto Eco, è stato per me un costante riferimento nella formazione prima, nella risoluzione durante e nel divertimento poi, quando non c’era quasi più nulla da conquistare se non la sopportabilità del quotidiano.
Poco più che adolescente, e pericolosamente confuso, vissi una stagione irripetibile tra i concerti al pianoforte di Maurizio Pollini che suonava tutto da solo Beethoven e Chopin al Teatro Comunale (grazie a una vecchina che aveva fatto l’abbonamento ma poi stava troppo male per poterci andare) e le lezioni di Eco nella vecchia “auletta” del movimento studentesco in cui mi intrufolavo baldanzoso tra gli Apocalittici e Integrati di quegli anni. Tra il Teatro Comunale e la Centrale di Lettere ci sono soltanto pochi passi di via Zamboni e le emozioni non si disperdevano: il maestro Pollini mi faceva piangere con i notturni di Chopin, il professor Eco mi entusiasmava con le sue parole pastose che rendevano semplici i concetti complessi e ridicole la parole di chi gestiva per conto terzi la comunicazione del potere sociale e culturale. Ripensandoci adesso, dopo tanto tempo, non credo di aver capito molto, allora, di quella musica e di quelle parole. Però erano belle, erano importanti, erano ossigeno puro.
Molti anni dopo Il Pendolo di Foucault mi fece tornare, dopo una lunga e variegata parentesi, al mondo dell’editoria e dell’informazione. Le macchine da scrivere non c’erano più, ma con il computer era ancora più facile.
Colleziono ogni occasione in cui l’ho incontrato: al bar Goliardo, da Vito in trattoria, in stazione al buffet della seconda classe. E, a proposito di treni, questa ve la voglio raccontare. In treno, di notte, quando c’erano ancora i vagoni con il corridoio e gli scompartimenti. Sto leggendo il giornale e approfitto di ogni pagina da girare per spiare l’uomo che ho di fronte, anche lui immerso nelle sue letture. A un certo punto i nostri sguardi si incontrano e io sbotto: “Mi scusi se è un po’ che la guardo di sottecchi professore, ma l’ho riconosciuta solo adesso” e Eco mi risponde: “Mi scusi lei se anch’io facevo altrettanto, ma lei mi ricorda troppo l’omino sulle mille lire”. E furono chiacchiere fino a Milano in quel treno che andava tranquillo in mezzo alla pianura.

E torno a questa mattina, in questa città dove una grande parte dell’intellighenzia locale non ha mai voluto riconoscere le sue capacità di professore e ancor meno quelle di autore, perché già dai primi anni Settanta i dinosauri comunisti non sopportavano che la scienza di cogliere i segni della comunicazione e il pensiero libertario potessero per molti tratti andare a braccetto.
Questa mattina in cui sono tanto triste, guardo fuori dalla mia finestra e, anche se c’è il sole, sento che è tempo d’inverno.
Ciao Prof, oggi tu non ci sei, di te è rimasto soltanto il tuo nome. Nomina nuda tenemus.