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La storia dei mulini natanti

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C’era una volta…..Si potrebbe iniziare così questa storia, come in un’antica favola.  Il nostro racconto prende inizio attorno all’anno mille, quando la pianura Padana, in gran parte paludosa e ricoperta di selve e foreste, era composta da ampi spazi deserti, silenziosi e disabitati. Culla della storia che racconteremo, è  il corso del fiume Po e dei suoi affluenti, ed i nostri protagonisti sono i mulini natanti, vale a dire  mulini che macinavano le granaglie con l’aiuto dell’acqua dei fiumi.

Il mulino natante nasce da un riadattamento della struttura dei mulini tradizionali, la scelta della sua localizzazione deriva dalla necessità di trovare il sito perfetto, dove la corrente del fiume abbia la giusta forza per alimentare le pale, e la possibilità di ancorare il mulino alla riva,  un luogo comodo non solo per i fornitori di materia prima, ma anche per i consumatori.

Non sappiamo quanti mulini ci fossero in età medioevale, ma la prima menzione di un mulino sul Ticino risale al 901, quando Lotario III (1075-1137) concesse al monastero di S. Teodote di Pavia di tenerne uno. Un altro è menzionato in un diploma di Ottone I (912-973) del 972, con il quale concede al monastero di Bobbio la libera navigazione sul Po e sul Ticino, ed il diritto di tenervi un mulino.

Un cronista della metà del Trecento dopo aver notato che sulla roggia Carona, lavoravano undici mulini tutti doppi, cioè a due ruote, non sa essere altrettanto preciso per quelli sul Ticino, e si limita ad annoverare: “Oltre a quelli che in gran numero si trovano sul Tisino“. Solo alla metà del Cinquecento una carta precisa che in quell’epoca sono 26.

Tuttavia il nostro sconosciuto cronista ci fornisce un altro dettaglio prezioso: “Sopra il Tisino galleggiano navi di varie maniere, e mulini parecchi“; si tratta infatti non di mulini in terraferma, ma mulini di legno galleggianti sull’acqua e perciò detti natanti o a barca.

E’ l’epoca in cui il monaco Bonvesin de la Riva (1240-1315) scrisse stupito che sui fiumi lombardi sono in attività 900 mulini con oltre tremila ruote, ed aggiunge: “Che dirò poi del fatto che oltre al numero suddetto di mulini e delle loro ruote, ve ne sono moltissimi altri, di cui non posso calcolare con esattezza l’elevato numero“.

Il comune rurale, quando non edifica da sé i propri mulini, tende ad acquisirli dai privati, anche per quote. Se poi affittati, non perdono il loro carattere pubblico, perchè il conduttore viene vincolato con apposite clausole contrattuali a protezione della collettività. Interessante è la notizia che il mugnaio non può tenere più di un maiale, sei galline e un gallo, questo per il timore che un numero maggiore venga allevato a spese di chi porta i grani a macinare.

I mulini natanti possono essere classificati in due tipologie: il mulino a doppio ingranaggio, formato da un battello nel quale si trovava la cabina di lavorazione, fiancheggiato da due ruote idrauliche simmetriche, ed il mulino ad ingranaggio semplice, formato da due battelli e da una ruota interposta.

I mulini erano ancorati in punti in cui la presenza di isole in alveo determina un restringimento della sua sezione, con conseguente aumento della velocità dell’acqua. Il mulino ha infatti bisogno di un’adeguata spinta della corrente per la rotazione delle pale, che trasmettono poi il movimento agli organi di macinazione. Un’altra condizione era che il mulino natante risultasse facilmente raggiungibile dalla sponda per trasportarvi i sacchi di grano e, in senso inverso, per riportare a riva la farina macinata. In genere il mulino era ancorato su di un froldo, ovvero in un punto in cui il fiume è in aderenza all’argine maestro, o comunque in un tratto in erosione.

Alla fine del Settecento, per l’esenzione dalle imposte decretata a loro favore con l’intento d’incrementare l’industria, questi  aumentarono a dismisura, ma così si creò un pregiudizio alla navigazione e alle sponde. Le testimonianze storiche attestano la loro dislocazione lungo il corso del fiume Po e dei suoi affluenti dove fecero parte del patrimonio paesaggistico fino agli inizi del ‘900 quando, a causa della comparsa sui fiumi della navigazione a vapore, dei battelli e dei rimorchiatori che necessitavano di grandi spazi, i mulini scomparvero.

I mulini natanti del Regno Lombardo-Veneto dovevano sottostare a una legislazione apposita che prevedeva di non stare ad una distanza inferiore di 12 metri dalla riva per non danneggiare la sponda, di mantenere una distanza di 12 metri tra opificio ed opificio, di posizionare le ruote esclusivamente dalla parte del fiume, di essere fissati mediante un palo conficcato nell’acqua o con una corda o catena all’argine, di posizionare i mulini  in modo da lasciare intravedere il fiume 500 metri a valle e 500 metri a monte, di lasciare al canale o al fiume nel quale era posizionato una larghezza non inferiore agli 80 metri per non intralciare la navigazione, di fornire il mulino di un battello con due remi e di non lasciarlo mai incustodito.

Ogni mulino del Po recava di solito il nome di un santo: S. Giuseppe, S. Marco, S. Giacomo, S. Alessandro ecc..  In questo modo si poneva un opificio facilmente soggetto ai rischi di incendio e alle calamità naturali, sotto la divina protezione. Questa era cercata anche con l’apposizione di scritte dipinte quali I.N.R.I., o l’invocazione (Dio ti salvi). E come ogni attività produttiva avevano i lori santi patroni: Sant’Antonio Abate (17 gennaio) e Santa Caterina d’Alessandria (25 novembre).

Il culto popolare procede dalla tradizione secondo cui la santa sarebbe sfuggita miracolosamente al supplizio della ruota. Di conseguenza venne adottata come protettrice da artigiani che usavano ruote nel loro lavoro, per l’appunto i mugnai.

L’eliminazione dei mulini avvenne tramite la non riconferma dell’utenza e della concessione delle acque, seguito dall’assoluto divieto di installazione di nuovi mulini. Questi provvedimenti portarono in breve tempo al completo smantellamento di tutti gli opifici in attività, con una conseguente crisi economica per i mugnai e le loro famiglie.

Nel 1902 la Commissione della Navigazione Interna nella Valle del Po registrò nei suoi atti 266 mulini (25 nel pavese, 1 nel piacentino, 13 nel cremonese, 10 nel parmense, 4 nel reggiano, 92 nel mantovano, 30 nel ferrarese, 91 nel rodigino), che funzionarono fino agli anni ‘40 del secolo scorso. Questo stesso documento, ci permette di conoscere anche le loro varie disposizioni: a corrente, a pettine, a schiera, a scalare e a sfalso.

L’ultimo mulino sul Po, fu distrutto da un bombardamento aereo il 2 gennaio 1945. Attualmente troviamo vari progetti di recupero dei mulini natanti, importante testimonianza storica dell’economia italiana del passato. Il comune di Revere (Mantova) ha da tempo intrapreso un percorso culturale per il recupero della civiltà molitoria, istituendo una mostra permanente sugli aspetti storico-antropologico-tecnici di queste macchine e la ricostruzione di un mulino posizionato sulla riva destra del Po. E’ una ricostruzione in scala reale di un mulino natante perfettamente funzionante. Nel novembre 2010 a Revere è stata formalmente istituita l’Associazione Nazionale dei Mulini Natanti