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12 aprile 1849: la Repubblica Romana dichiara il Po fiume nazionale (Storia del Po)

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di Oscar Mammì *

Il Potere esecutivo della Repubblica notifica, l’Assemblea costituente, nella tornata del giorno 12 aprile, decreta: “Il fiume Po è dichiarato fiume nazionale”. Firmato: Mazzini, Saffi, Armellini.  Così un manifesto della Repubblica Romana del 1849, affisso, come di consuetudine per i decreti dell’Assemblea, sui muri di Roma e delle province dell’ ex Stato pontificio.

In quel 12 aprile 1849 il cielo di Roma era nuvoloso, la temperatura, misurata dalla specola del Collegio Romano, passava dagli 8 ai 13 gradi, l’igrometro a capello segnava 26 gradi di umidità.

A Genova, il generale La Marmora si preparava a soffocare la rivolta alla guida delle truppe piemontesi; il generale Avezzana, anche lui piemontese, ma dalla parte dei repubblicani, chiamava a raccolta i volontari. A Vienna imperava la carestia, giacché gran parte delle vettovaglie venivano destinate ai soldati: in Isvizzera veniva richiesto il riconoscimento della Repubblica romana; Radetzky rifiutava di trattare con Carlo Alberto, mentre stavano per riprendere le relazioni diplomatiche tra Spagna e Inghilterra.

In tutta Europa aleggiava ancora l’atmosfera di lotte, di speranze e di delusioni,formatasi nel ‘ 48. L’Assemblea Costituente si aprì quel giorno con la richiesta del presidente di ospitare sui banchi vuoti i concorrenti a un posto di stenografo; poi cominciò l’esame del bilancio preventivo del ministero dei Lavori pubblici, presentato dal ministro Mattia Montecchi, mazziniano condannato nel ’44 all’ergastolo dal Tribunale Pontificio e poi amnistiato.

Dopo la manutenzione delle strade si passa al Titolo III: manutenzione dei fiumi. Il cittadino Carlo Bonaparte, principe di Canino, rappresentante del Viterbese e figlio del fratello di Napoleone, invita con una interruzione a una discussione spedita: “Avanti, avanti, fino al Po!”.

Si alza il rappresentante di Ferrara, Costabili: “La provincia ferrarese più e più volte ricorse ai pontefici perché il fiume Po venisse dichiarato nazionale. Ne ebbe sempre belle parole, lusinghiere promesse, ma le ingenti spese per la conservazione della navigazione nel suo alveo e quindi sul mantenimento degli argini, non furono mai dichiarate nazionali. Il Po riguardo al dominio della romana Repubblica, oltre che convogliare tutte le acque dei fiumi e dei torrenti che scendono dall’alta Italia, serve al duplice ufficio di una importantissima e attiva navigazione a vantaggio dello Stato nostro, e di una linea, disgraziatamente ancora, di confine col Lombardo-Veneto”. E prosegue chiedendo “che il Po, come il Tevere, sia dichiarato fiume nazionale”.

Prende la parola Carlo Bonaparte che avverte come il problema economico e finanziario sia anche un problema politico: “Cittadino presidente, vorrei che non fosse atto di giustizia il dichiarare l’italianissimo Po fiume nazionale; vorrei che fosse un atto di semplice riconoscenza verso la generosa Ferrara. ‘ …’ L’ora di questa gran giustizia è suonata, e spero non esitiate un istante a decretare questo nuovo segno di simpatia alla martire dell’ indipendenza italiana, alla città di Ferrara ‘ …’ Vorreste perpetrare l’aristocrazia anche nei fiumi? Ebbene, aristocraticamente parlando, il Po può sostenere le proprie glorie. Ne domando perdono al padre Tevere, al biondo Tevere, che come tanti altri magnati ha usurpato il primato! Se esso è il fiume Re, il Po è il Re dei fiumi. Per meriti democratici poi se il Tevere può vantare quello non piccolo di aver sommerso un Re; il Po seppelliva nelle sue onde il primo tra gli orgogliosi, tremendo esempio a gl’imperiti condottieri di nazioni….”.

Due deputati, Berti e Salvatori, avanzando obiezioni tecniche e finanziarie, utilizzano un antico metodo parlamentare, chiedendo che la questione venga rinviata alle Sezioni (oggi diremmo alle Commissioni n.d.a.) per ulteriore studio. Bonaparte polemizza duramente e si rivolge al suo collega della delegazione di Viterbo chiamandolo ironicamente “ingegnere”, tra le proteste della destra (“interrotto a dritta” riferisce il verbale n.d.a.). Presenta, poi una risoluzione che il deputato di Roma Cernuschi chiede venga migliorata nella formulazione. Piccato, il Bonaparte si definisce “indegno redattore” e prega l’insùbrico deputato di Roma a formularla con la chiarezza che lo distingue. (Gli insùbri, per chi non lo sapesse e io non lo sapevo, sono un’antica popolazione celtica, stanziatasi in Lombardia e a Milano nel quinto secolo a.C., per cui insùbro e lombardo erano usati come sinonimi).

La risoluzione, riformulata, venne approvata all’unanimità e vennero stanziati 67.813 scudi lasciando al ministero di valutare se nel complesso di tale somma fossero compresi lavori di interesse provinciale. Sorprende, come in una Repubblica assediata da eserciti stranieri e durata poco più di sei mesi, potere esecutivo e legislativo agissero come se avessero di fronte i decenni e come questioni amministrative e ideali s’intrecciassero.

Basta scorrere il Monitore Romano, giornale ufficiale della Repubblica, una sorta di Gazzetta ufficiale dell’epoca, per rendersene conto. Recuperare la memoria non sarà risolutivo, ma è certamente interessante e utile.

Estratto  da “Il popolo romano e la Repubblica del 1849 – I quaderni de Le città – Suppl. a: Le città, 1989, n. 2”

Oscar Mammì – Nato a Roma il 25 ottobre del 1926, è stato esponente del Partito Repubblicano. Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni dal 1987 al 1991, al suo nome è legata la prima legge organica sull’emittenza radiotelevisiva, comprensiva della disciplina sulla pubblicità, sui “tetti” antitrust e sugli “incroci” con l’editoria tradizionale. (Legge Mammì). È stato deputato dalla quinta alla decima legislatura.