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I cambiamenti climatici e il collasso della civiltà delle terramare

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Dopo l'abbandono del villaggio la vegetazione riprende il sopravvento (disegno di R.Merlo)

Articolo di Federica D’Auria, pubblicato il 4 agosto su www.ilbolive.unipd.it. 

La civiltà delle terramare era una delle più avanzate nell’Europa continentale durante l’età del bronzo. Rappresentava infatti l’anello di congiunzione tra l’area alpina e l’Europa centro settentrionale ed ebbe un’importanza storica fondamentale anche come snodo attivo con la Grecia micenea e il vicino oriente. I terramaricoli riuscirono a conquistarsi questo ruolo centrale in area mediterranea grazie alla loro abilità nella gestione dell’acqua e nella messa a coltura di tutte le fasce territoriali e al commercio di risorse fondamentali, come il rame e l’ambra.

Eppure, dopo aver dominato la Pianura padana per quasi cinque secoli, verso l’inizio del 1200 a.C. questa civiltà collassò rapidamente, anche a causa di un impatto antropico incontrollato sull’ambiente naturale e dei cambiamenti climatici.

A raccontare questa storia è Michele Cupitò, professore di protostoria europea e protostoria dell’urbanizzazione in Italia settentrionale all’università di Padova, e direttore dal 2010 dello scavo nella terramara di Fondo Paviani, che rappresenta uno dei contesti più importanti per studiare le relazioni tra gli abitanti della Pianura padana sia con l’Europa centrale, sia con l’Egeo e il Mediterraneo orientale, e per ricostruire le dinamiche che portarono all’emergere dell‘abitato protostorico di Frattesina, sul fiume Po.

“La civiltà delle terramare è una illustre sconosciuta per quanto riguarda le fasi più antiche della storia dell’Europa, ma in realtà fu una delle più importanti dell’età del bronzo europeo”, racconta il professore. “Si trovava nella Pianura padana tra la Lombardia orientale, il Veneto occidentale e l’Emilia, in un territorio che comprendeva anche le fasce pedecollinari, pedemontane, prealpine, alpine e appenniniche nel periodo compreso tra il 1600 e il 1200 a.C.

La parola “terramara” ha molto a che fare con la terra, ma ben poco con il mare. Deriva infatti dalla distorsione del termine “terra marna”, con cui gli agronomi dell’Ottocento definivano le terre molto fertili ricavate da queste aree. Nella metà dell’Ottocento, momento di straordinario sviluppo dello studio della preistoria in Italia, gli archeologi scoprirono nella Pianura padana delle vestigia di abitati preistorici che venivano sfruttate come cave di terreno fertilizzante. Decisero di descriverle con il termine terramare riferendosi a quella “terra fortemente fertilizzata”, ovvero la terra marna, derivante da depositi antropici e quindi ricca di materiali organici, che caratterizzava la zona.

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