Home Emilia Romagna Cento anni fa la riscoperta dell’antica città di Spina

Cento anni fa la riscoperta dell’antica città di Spina

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Quest’anno ricorre il centenario della scoperta di una città che, circa 2500 anni fa, costituiva un melting pot affacciato sul Po in cui si mescolavano merci e culture di tutto il Mediterraneo. Gli operai alle dipendenze del Genio Civile si imbatterono per caso nella necropoli di Spina nel 1922, durante la bonifica della Valle Trebbia, nella zona settentrionale delle Valli di Comacchio. Migliaia e migliaia le tombe finora rinvenute. I preziosi e gli oggetti scelti per accompagnare i defunti nell’aldilà sono in gran parte custoditi al Museo Archeologico di Ferrara. Suggeriscono quanto Spina fosse ricca e come fossero raffinati i gusti dei suoi abitanti.

Il centro abitato vero e proprio fu individuato 35 anni più tardi in Valle Lepri, sempre all’interno delle Valli di Comacchio: l’occasione furono gli scavi per il Collettore Mezzano.

Città etrusca, di solito si dice a proposito di Spina. Vero, ma probabilmente la cultura etrusca si depositò al di sopra di un preesistente strato più antico al quale contribuirono i greci e in ogni caso Spina fu anche una città molto greca e molto internazionale. Era un porto commerciale situato lungo un ramo del Po successivamente scomparso e fungeva da cerniera fra il mare Adriatico, l’intero Mediterraneo e le città etrusche fiorite in Emilia Romagna.

Spina aveva fitti scambi commerciali con i greci, che la tenevano in altissimo concetto e la consideravano praticamente una città greca, ma gli scambi coinvolgevano anche l’Egitto, il Medio Oriente e l’Europa del Nord, come testimonia l’ambra baltica rinvenuta nelle tombe: un materiale considerato allora ancor più prezioso dell’oro. Se a Spina arrivavano soprattutto (ma non solo) oggetti e beni legati al lusso, le merci in partenza erano costituite in gran parte da grano, altri cereali e carni salate provenienti dall’entroterra.

Siamo abituati ad identificare la ricchezza e lo splendore di una città con i suoi edifici monumentali: in questo, Spina costituisce una delusione.

Il delta del Po era ed è un mutevole impasto di acqua e di terra: Spina, essendo affacciata su un ramo del fiume, era essa stessa una città d’acqua. Sorgeva in un’area soggetta a piene e caratterizzata da un terreno molle e cedevole, assolutamente inadatto a sorreggere pesanti edifici di pietra e marmo. Oltretutto, a parte i poco versatili ciottoli di fiume, pietra e marmi non erano reperibili in zona. Di argilla però ce n’era a volontà, come pure di erbe palustri e di legname. Materiali leggeri, adattabili, elastici.

Le case di Spina erano costruite su palafitte ed avevano fondazioni e struttura portante in legno. Muri divisori in legno o costituiti da graticci di canne intonacati con argilla, pavimenti in argilla battuta, tetti coperti da canne ed erba.

L’assetto complessivo della città ricordava per certi versi quello poi assunto da Venezia: fra le case, non solo le strade ma anche i canali navigabili, le cui sponde erano rinforzate da pali conficcati nel terreno uno accanto all’altro. A differenza di Venezia, però, strade e canali di Spina si incontravano rigorosamente ad angolo retto. Significa che esisteva una sorta di piano regolatore della città e che quindi esisteva anche un’autorità in grado di pianificare e dirigere l’attività collettiva.

Il centenario esatto della scoperta della necropoli di Spina cadrà il 23 aprile. E’ in corso a Ferrare un ciclo di tre incontri con lo scopo, fra l’altro, di offrire una panoramica aggiornata sugli studi. La speranza è che le celebrazioni stiano solo scaldando i motori: perché l’occasione meriterebbe un’ampia eco.