Home Acqua e Territorio Dov’è andata a finire l’acqua del Po?

Dov’è andata a finire l’acqua del Po?

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Quanta acqua viene succhiata via dal Po per irrigare i campi? Non lo sa nessuno. E’ tanta, tantissima: costituisce la generalità dei prelievi, che sono indubbiamente molto consistenti. Tuttavia si misura l’acqua che resta nel fiume – ora che c’è grave siccità è ridotto a poco più di un rigagnolo – ma non quella che gli viene sottratta.

Per trovare dati complessivi messi nero su bianco a proposito dei diritti di prelievo dal Po a fini irrigui bisogna risalire indietro fino al 2005. I numeri sono agli atti del Senato. Dicono che i diritti di prelievo dal Po per l’irrigazione, se fossero esercitati per intero, richiederebbero molta più acqua di quella che scorre nel Po in tempi normali. E’ ciò che risulta da un’indagine conoscitiva sulla siccità 2005 condotta dalla commissione Territorio e Ambiente.

Dall’autorità di Bacino, l’ingegner Marco Gardella definisce quei dati “un esercizio di stile più che una stima effettiva”. L’allora coordinatore della segreteria tecnica dell’Autorità di Bacino, Francesco Puma, affermò in sostanza davanti alla commissione del Senato che i diritti di prelievo dal Po per l’irrigazione sono pari, d’estate, a 1.850 metri cubi di acqua al secondo, mentre la portata media del Po è pari a 1.473 metri cubi al secondo.

Diritti di prelievi irrigui enormemente superiori all’acqua effettivamente disponibile nel Po in tempi normali: e figuriamoci durante le magre.

L’ingegner Marco Gardella descrive le vecchie affermazioni di Puma come “calcoli molto arditi”. Tuttavia altri numeri complessivi non ce ne sono. Neanche l’Autorità di Bacino è in grado di fornirli. L’Autorità possiede uno schema che riguarda i maggiori prelievi d’acqua per l’irrigazione effettuati su alcuni degli affluenti del Po (non però su tutti) e che riguarda anche alcuni dei maggiori prelievi dal Po attraverso canali.

Però questi dati non sono completi, e non solo dal punto di vista geografico: mancano tutti i prelievi minori. Essi, se sommati, possono ammontare “a quasi il 50% del totale”, spiega l’ingegner Gardella.

Gardella fa presente che gli “Interventi per la tutela del territorio e delle acque” finanziati attraverso il FSC (Fondo per lo Sviluppo e la Coesione) comprendono specificamente “l’aggiornamento del quadro conoscitivo in materia di derivazione”, cioè in materia di prelievi dal Po. Cosa che dovrebbe finalmente permettere, un domani, di avere dati certi e completi.

I diritti di prelievo irrigui costituiscono una giungla plurisecolare nella quale è complicato addentrarsi. Dopo l’inchiesta 2005 del Senato, il Po ha vissuto parecchie altre siccità e magre gravi: il 2007, il 2012, il 2017 e poi la situazione tragica di quest’anno. Però la giungla è rimasta sostanzialmente inesplorata.

All’irrigazione comunque è dovuta la quasi totalità dei prelievi effettuati dal Po. Secondo Gardella, quelli per l’approvvigionamento di acqua potabile – concentrati soprattutto verso il delta – costituiscono circa il 3% del totale. Le attività industriali rappresentano un altro 20% dei prelievi, “ma sono quelli che preoccupano meno: l’acqua perlopiù viene restituita al fiume dopo l’uso”. Invece l’acqua impiegata per l’irrigazione non viene reimmessa nel Po.

I diritti di prelievo irrigui sono antichissimi e sono stati codificati nell’Ottocento, quando il clima e la pressione delle attività umane sul Po erano ben diverse da quelli attuali.

Vengono esercitati grazie a concessioni settantennali, diventate al massimo quarantennali a partire dagli Anni 90. Le rilasciano le Regioni, che non hanno criteri uniformi relativi alla registrazione e all’archiviazione dei dati – di qui la giungla, appunto – e che ovviamente dicono di sì o di no alle richieste in base alla situazione e ai legittimi interessi locali: non in base al quadro complessivo del Po.

“Partecipano all’istruttoria per la concessione tutti gli enti coinvolti a vario titolo dal prelievo – spiega Gardella – Il parere dell’Autorità di Bacino non è però vincolante. Può bloccare una richiesta di prelievo solo se graverebbe su un fiume in condizioni definite scarse o cattive”.

Anche le tariffe per prelevare acqua a fini irrigui e i relativi criteri di calcolo sono decisi dalle Regioni e variano enormemente. “Negli ultimi anni le cifre sono aumentate di molto”, nota Gardella, che cita come esempio dei rincari l’Emilia Romagna: ora si pagano 12 euro all’anno ogni 3.000 metri cubi di acqua prelevata per l’irrigazione. Il volume di un alloggio di 100 metri quadrati è di circa 300 metri cubi. I 3.000 metri per i quali si versano 12 euro equivalgono al volume di 10 alloggi.

I diritti di prelievo sono di fatto intoccabili finché non arrivano a scadenza. Se una Regione li riducesse considerandoli eccessivi rispetto al clima e alle condizioni attuali del Po, finirebbe con ogni probabilità per dover pagare i danni relativi al mancato guadagno degli agricoltori.

E’ ovvio: senza acqua, nei campi cresce ben poco. Ancor più ovvio: dai raccolti dipende quello che arriva sulle tavole apparecchiate.

Però c’è raccolto e raccolto. Il mais e i foraggi richiedono molta acqua: dunque molta irrigazione. Il grano e i fagioli, ad esempio, no. Arrivare ad un nuovo modello di agricoltura per il bacino del Po sarebbe uno sforzo meritorio ed importante come quello che consentirà un giorno di sapere, oltre a quanta acqua resta nel fiume, quanta è succhiata via per irrigare.