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L’alluvione del 1951 vista da Piacenza

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L'alluvione del 1951 nel territorio piacentino

Pubblichiamo oggi questo contributo di Umberto Battini su quel che avvenne nel territorio piacentino durante la piena che portò all’alluvione del 1951.

Nella memoria di tanti piacentini, ormai anziani, c’è anche il ricordo della grandissima piena del novembre del 1951 e che tanti danni causò ai luoghi rivieraschi e soprattutto nel Polesine dove il danno a persone, campi e case fu enorme.

Da Castel S. Giovanni passando per Sarmato, Calendasco, Piacenza, Mortizza e Gerbido e fino a Caorso e Monticelli d’Ongina lungo tutto il corso del fiume furono momenti di forte apprensione: le acque invasero terre golenali, comparvero tanti fontanazzi oltre argine, assai pericolosi, e la paura per le genti e le tante abitazioni e le tante fattorie agricole fu grande.

Non pochi gli sfollati avuti anche nelle nostre terre rivierasche del Po: per il fatto che le acque avevano già invaso le abitazioni o per la paura concreta che l’argine potesse non contenere questa furiosa ed enorme massa d’acque andandosi a rompere in qualche punto, distruggesse ogni luogo abitato nei suoi pressi.

La piena più disastrosa prima di questa fu quella del maggio del 1926 dove il Grande Fiume raggiunse a Piacenza i 9,26 metri e data l’altezza non ancora imponente degli argini uno d’essi cedette, si allagò la “Muntà di Ratt” zona via Mazzini e addirittura anche gli Ospizi Vittorio Emanuele ed altre aree cittadine ed ovviamente anche i paesi e le località poste lungo il fiume quali maggiormente Mortizza e Calendasco e nella sponda lombarda a San Rocco al Porto fu rotto un argine con grave danno.

In quel 1951, tra il lunedì 12 e il 13 novembre, il Po diede il colpo di grazia lungo il suo corso nella nostra provincia: l’altezza massima a Piacenza fu di m. 10,06 alle 4 del mattino e per un soffio non esondò: gli argini a quel tempo erano di circa m. 10,40 di altezza: alle nove della sera il Po era già a m. 9,72 e la crescita oraria di oltre 10 cm. non era promettente.

Lungo i circa 130 chilometri di argini della provincia furono impiegati 500 uomini tra militari ed operai e la fitta nebbia di quel novembre era un altro ostacolo non indifferente, dalla zona Finarda fino a Caorso ed oltre tanti sfollati e cascine allagate, a Mortizza si cercava di salvare il salvabile: sulle barche e sulle grandi magane si affollavano persone e cose, sulle strade carri con masserie e il bestimame portato in salvo.

Ugualmente al nord ovest a Calendasco varie località prossime al fiume furono evacuate in particolare a Soprarivo verso il Boscone Cusani dove gli allagamenti fuori argine furono notevoli a causa dei tanti fontanazzi, i militari e gli operai riuscirono verso la mezzanotte a chiudere un pericoloso grande fontanazzo a Boscone Cusani.

Anche il centro città a causa di un forte acquazzone subì notevoli disagi, con grandi allagamenti di cantine anche in Corso Vittorio Emanuele, via Scalabrini e altre vie, insomma oltre all’emergenza di piena anche il maltempo in generale causò devastanti disagi che non risparmiarono bene o male quasi nessuno.

Da Veratto di Rottofreno, dalla Barattiera oltre Santimento e Soprarivo con Calendasco caseggiati e fattorie in alcuni punti furono raggiunte dentro argine da due metri d’acqua, identica situazione a Roncarolo di Caorso ed a Zerbio ci furono almeno 150 sfollati.

Dentro all’argine a Roncarolo di Caorso furono tratte in salvo dopo importanti operazioni ben 32 persone rimaste imprigionate sui tetti o ai primi piani delle case, con donne, bambini ed anziani: per segnalare la loro presenza vennero sparati vari colpi di fucile nella notte, un modo anche questo per attirare l’attenzione e dar modo di poter fare azioni di salvataggio.

Dopo quattro giorni finalmente il Po iniziò lentamente a decrescere: il 15 novembre era ancora però a m. 7,85 a Piacenza ma il peggio era passato ed ora rimanevano solo enormi danni alle colture: nelle zone golenali migliaia di ettari di terra allagati e compromessi tanto da rendere problematiche le nuove risemine primaverili. Risultavano oltre 8000 gli ettari del territorio piacentino soggetti alla piena e rovinati, ben 5000 dentro all’argine e 3000 fuori argine, composti di terre coltivate e boschive di pioppo.

I pericolosi fontanazzi bloccati con i sacchi di sabbia furono oltre 50 ed il Genio Civile ebbe una grande parte nella grandiosa difesa e soccorso durante questo tremendo episodio di alluvione. Anche il vescovo di Piacenza mons. Ersilio Menzani verso il mezzogiorno del 13 novembre andò fino al ponte sul Po con la reliquia di San Savino protettore dalle piene del Grande Fiume e per le centinaia di profughi piacentini furono messi a disposizione alloggi cui la Prefettura fungeva da coordinatrice.

Anche i fiumi Trebbia e Lambro ormai gonfi d’acque delle piogge aggravarono la situazione per il fatto che il Po non permetteva il loro naturale sbocco e quindi era un ulteriore aggravamento aggiunto al flusso immenso d’acque.

Ovviamente occorre ricordare che il Polesine tra Ferrara e Rovigo fu quello più colpito dove si ebbero morti e desolazione immensa con migliaia di profughi che persero veramente tutto ed anche a Piacenza nei giorni successivi ne arrivarono oltre qualche centinaio per essere ospitati ed aiutati in tutto e per tutto, nel Polesine si era addirittura arrivati a dover far saltare con la dinamite un argine per lasciar espandere l’acqua in luoghi agricoli e poco abitati onde evitare l’allagamento di paesi rivieraschi.

Ecco la memoria di quei giorni per la nostra terra che giace quasi agganciata al Grande Fiume, che ne conserva però sempre e comunque un rapporto intenso che forse in questi tempi “troppo moderni” è un poco andato a scomparire. Ma 70 anni fa questo accadeva ed entrava nella storia locale piacentina per sempre.