Home Cremona In golena: Meno pioppeti privati e più boschi di tutti

In golena: Meno pioppeti privati e più boschi di tutti

1124
0
CONDIVIDI

Le considerazioni che seguono, elaborate da un gruppo di naturalisti cremonesi, scaturiscono da una pagina pubblicata in data 4 aprile sul quotidiano La Provincia di Cremona, dal titolo: “I pioppi, un’arma in più per la difesa dell’ambiente”. L’articolo (di cui si può trovare un sunto qui: https://www.laprovinciacr.it/news/cronaca/269051/i-pioppi-un-arma-in-piu-per-la-difesa-dell-ambiente.html) prende le mosse dalla recente proposta di Fabio Rolfi, assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, di assegnare i terreni demaniali alla pioppicoltura e presenta le considerazioni di una esponente della Libera Associazione Agricoltori di Cremona, molto favorevole a tale proposta. Si tratta di una tematica che interessa da vicino il Po e le sue golene, dove si trova del resto la maggior parte dei terreni demaniali e dove la pioppicoltura ha avuto una forte diffusione.

A lasciare a dir poco basiti già alla prima occhiata è la giustapposizione delle due grandi foto che compaiono sopra il titolo: in una si osserva un pioppeto industriale e reca la sovrascritta “piantumazioni curate”; nell’altra compare una boscaglia semi naturale di pianura, con sovrascritta “vegetazione spontanea”. Ebbene, per il pioppeto si è scelta una foto in cui si vedono caprioli che scorrazzano tra i fusti dei pioppi, mentre per mostrare la boscaglia si è optato per un’immagine in cui campeggia in primo piano un sacco nero di rifiuti pendente da un albero. Ora, è vero che non tutti i lettori sono dei naturalisti, ma è vero anche che non per questo portano l’anello al naso. Già, perché il messaggio che si vuole mandare è fin troppo chiaro: da un lato il presunto idillio del pioppeto razionale, dall’altro un luogo trascurato, evidentemente privo di valore naturalistico e che casomai funge da ricettacolo di sporcizia.

Alcune considerazioni appaiono pertanto d’obbligo.

1) Fondamentale è, in primo luogo, ricordare che i terreni demaniali rappresentano un bene pubblico e che, come tali, debbono prioritariamente assolvere a una funzione di pubblica utilità, qual è quella di una reale valorizzazione naturalistica. L’utilizzo per la pioppicoltura assolve al contrario a un interesse per la gran parte privato. Nemmeno, peraltro, si può affermare che sino ad oggi la collettività ne ha ricavato un beneficio economico, posto che il corrispettivo versato dai pioppicoltori per la concessione dei terreni demaniali è stato tradizionalmente di entità risibile. Di fatto, si è trattato di un regalo, o quasi.

2) Non si comprende quale sia il fondamento della frase riportata nel sottotitolo: “Dare i terreni demaniali in gestione agli agricoltori favorisce la biodiversità e la sostenibilità”. Per quanto si debba riconoscere che un pioppeto non eccessivamente trattato può assumere una sua funzione sul piano ecologico all’interno del mosaico agrario, è pur vero tuttavia che un bosco anche semi naturale come quelli che qua e là dimorano sui terreni demaniali latistanti il Po mostra una complessità ecologica ben superiore e una ben diversa ricettività rispetto alla biodiversità. Non vanno infatti dimenticati i limiti del pioppeto, ovvero, riassumendo: si tratta di un surrogato artificiale del bosco, estremamente semplificato nella struttura, costituito da una sola essenza, con alberi coetanei e comunque sottoposto a periodici trattamenti, di durata limitata a pochi anni con conseguente, successivo azzeramento della copertura vegetazionale (con tutto quello che comporta in termini di biodiversità e non solo). Si tenga inoltre presente che gli incolti – ormai rarissimi pure nelle aree golenali del Po e in passato non di rado soppiantati proprio dalla pioppicoltura – costituiscono habitat molto preziosi dell’agroecosistema padano.

3) Si scrive che i pioppicoltori sono “controllori per la tutela dell’ambiente, monitorando il passaggio della fauna selvatica come lupi e cinghiali…”. Ora, al di là del fatto che l’autoinvestitura a paladini dell’ambiente suscita più di qualche perplessità, di grazia, cosa significa “monitorare il passaggio dei lupi”? Chi e che cosa “monitora” e con quale utilità? Forse siamo ritornati al lupo di Cappuccetto Rosso, pericoloso e malvagio, da sottoporre a “monitoraggio”…dei pioppicoltori?

4) Un’ultima considerazione, tra le numerose altre che si potrebbero proporre. Nell’articolo si scrive che la superficie destinata alla pioppicoltura si è ridotta in Lombardia del 75% per motivazioni legate alla scarsa redditività, a beneficio dei seminativi. Nel contempo, le aree demaniali “disponibili” (per riprendere l’aggettivo dello scritto) in provincia ammontano a 354 ettari: si tratta, è bene sottolinearlo, di una percentuale infinitesimale della golena, che è in larghissima parte coltivata (per non dire di quanto pesano sui circa 135.000 ettari di SAU della provincia di Cremona, ovvero lo 0,26%). Rebus sic stantibus, una domanda: perché a fare le spese della scarsa redditività della pioppicoltura dovrebbero essere proprio i terreni che sono di proprietà pubblica, e perché invece non si converte al pioppo una minuscola frazione  – pari a quei 354 ettari – dell’oceano maidicolo golenale?

Le firme di questo documento: Manuel Allegri, Fabrizio Bonali, Marco Ghisolfi, Fausto Leandri, Sergio Mantovani, Simone Ravara, Bassano Riboni