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Chi ha interesse a “tornare alle origini” mentre i Giapponesi filmano il mostro, il pescaturismo è in promozione e l’ISECI è discutibile?

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di Francesco Nigro, biologo del comitato scientifico dei GAF. Immagini a cura del Movimento Gruppo Siluro Italia

Tra fatti, contraddizioni e sensazionalismo  ecco che la fauna ittica esotica non smette di fare parlare di sé.

E mentre si legge di gruppi di uomini residenti in Italia, ma prevalentemente provenienti dall’est e organizzati per il saccheggio, ecco sul Lago di Varese pescatori professionisti che destinano carichi di pesce non autoctono all’inceneritore, mentre sul Po si istituiscono task force per proteggere il degrado delle risorse ittiche che diventano pure oggetto di riconosciuto interesse turistico per le amministrazioni.

La  provincia di Rovigo, in particolare, pare aver preso una direzione nella lotta all’alloctono e all’abusivismo: il rilascio di licenze professionali associato anche ad un incremento del controllo delle aste fluviali, anche se voci non ufficiali metterebbero già in dubbio la reale efficacia di tali misure e dei controlli su chi svolge attività illecite. D’altra parte la vendibilità di particolari specie invoglia sempre più spesso taluni pescatori, in possesso della regolare licenza di pesca professionale nelle acque interne, a spostarsi in zone non destinate a questo tipo di pesca, ma allettanti per caratteristiche che vanno dalla miglior efficacia di cattura, quanto alla concentrazione di specie particolari, dalle più valutate come il lucioperca fino alle più povere come il gambero della Louisiana.

Tuttavia, tralasciando quelli che appaiono problemi corollari ad una serie di azioni mirate, ecco che emergono fattori che meritano un altro tipo di attenzione, come lo scontento dei gruppi di pescatori  sportivi, l’utilizzo di singole licenze professionali per fare pescare gruppi numerosi, una non efficace regolamentazione dell’attrezzatura da pesca professionale intesa in particolare come limite dimensionale e di numero  dei tramagli dispiegabili a fronte di un tesseramento provinciale obbligatorio per valutare la pressione della pesca sportiva.

Al pescatore professionista verrebbero attribuiti, inoltre, un ruolo di controllo passivo e pure una forte valenza in quella che è la risorsa del pescaturismo.

Un estratto dal portale della Provincia di Rovigo: “Uscire in barca con i pescatori, condividere per un giorno i loro ritmi e il loro lavoro, scoprire gli angoli più belli del Parco del Delta, a diretto contatto con una natura e con un ambiente particolare, unico e suggestivo. E il pescaturismo, una nuova forma di esercizio dell’attività turistica, innovativa ed inedita, anche a livello nazionale, che prevede da parte di un singolo pescatore o di gruppi di pescatori l’imbarco di persone diverse dall’equipaggio a scopo turistico ricreativo”.

Dello stesso autore si può leggere anche: Il caso del pesce siluro: pesca, commercio, legalità, biodiversità

Si affida al pescatore un ruolo delicato che va oltre la sua portata, quello del rapporto col turista, prerogativa di figure professionali formate e ben identificate a livello regionale: le guide escursionistiche ambientali, o per estremo gli accompagnatori, che forse dovrebbero quantomeno essere chiamate ad affiancare tali iniziative promosse dal pubblico. Inoltre si devia l’attenzione dalla reale attrazione: la “risorsa ittica esotica”.

Chi conosce il fiume sa che siluro, carpa (comunque annoverata fra le specie ad alto impatto, pur naturalizzata italiana) e pescaturismo sul Po sono sinonimi e il turista pescatore tipo, ma non solo, viene per questo.

E attratti dal mostro acquatico in tutta la sua valenza ecco dal Giappone una troupe venuta per documentare una battuta al mostro nel Lago di Iseo con finale sushi. Sebbene dalle foto il pescato appaia esiguo, meno modesto è il titolo comparso sul Corriere della Sera a riassumere la vicenda: “I siluri sul lago d’Iseo rischiano una multa.. I  giapponesi filmano il mostro”.

Inutile dire che nel campo della gestione ittica molti interventi onerosi vengono proposti come soluzioni inevitabili ad un progressivo altrimenti inarrestabile impoverimento degli habitat, magari facendo leva sulle conseguenze economiche  che potrebbero derivare da un tardivo intervento. Ma ciò che talvolta sembra mancare è una maggior attenzione alle conseguenze socioeconomiche di determinate scelte fatte a priori e posizioni ciecamente conservazionistiche .

Un esempio è sotto gli occhi di tutti: nell’epoca del catch and release pretendere che il pescatore sportivo stesso uccida l’animale che ha pescato è a dir poco immorale, se non per il pesce che può essere a ragione ritenuto causa di danno all’ambiente, quanto piuttosto per rispetto alla sensibilità del pescatore.

Per implicazioni completamente diverse, l’ISECI (Indice dello Stato Ecologico delle Comunità Ittiche) è un altro esempio lampante di scelta discutibile. Obiettivo di questo indice ambientale non è definire la qualità delle acque, quanto contribuire a valutare lo stato dell’ecosistema e più precisamente è l’indice di stato ecologico delle comunità ittiche, tassello fondamentale e specchio ad ampio raggio dell’equilibrio dell’idrosistema. La classe di qualità, da buono a pessimo, viene ricavata dal contributo di vari fattori, diversi indicatori, nello specifico cinque: presenza di specie indigene, condizione biologica delle specie indigene (analisi delle popolazioni destrutturate  classi di età e dimensionali), presenza di ibridi, presenza di specie aliene, presenza di specie endemiche. Risultato finale del calcolo è sostanzialmente un giudizio sullo stato ecologico della fauna ittica.

Aldilà di alcune imprecisioni e difficoltà applicative legate alla forte caratterizzazione soggettiva dell’applicazione nella pratica di questo indice, subordinando quindi la sua efficacia alla professionalità e capacità di porre rimedio dei singoli operatori, spicca in modo sconcertante che un tale strumento sia stato scelto e approvato per essere applicato su territorio nazionale.

Non serve mettere  in dubbio la teoria alla base e la linearità di molte scelte applicative del metodo, quanto piuttosto la sua praticità nella vita reale e quindi nello specifico alcune scelte di carattere rigidamente conservazionistico.

La componente alloctona va a inficiare completamente i risultati e la presenza di fauna non italiana può determinare un crollo della qualità anche in presenza di popolamenti autoctoni perfettamente sani. Tale problema si riscontra non solo nelle zone planiziali, ma diventa piuttosto delicato in presenza di transfaunazioni e si fa sentire fino nelle aree a salmonidi dove la presenza di trote non mediterranee rappresenta un limite sensibile.

Il fattore ibridazione, fenomeno piuttosto comune e spesso di difficile determinazione, diventa un ulteriore paletto nella ricerca del “popolamento puro”.

Sapendo che questo è uno dei tanti tasselli che vanno a definire lo stato dei corsi d’acqua in adeguamento alla Direttiva Quadro sulle Acque (WFD 2000/60/CE), stato di cui si dovrà rispondere a livello Europeo entro il 2015, forse  il fattore  alloctoni e di base l’approccio all’utilizzo della fauna ittica come indice ambientale, poteva essere valutato in modo più oculato conoscendo limiti e realtà ed evoluzione del territorio italiano.

E se esiste un regolamento relativo all’impiego in acquacoltura di specie localmente assenti (regolamento(CE) n. 708/2007), per quanto riguarda le specie aliene l’Unione Europea è attualmente priva di un quadro generale volto a contrastare le minacce da esse derivanti , tantomeno al momento non esiste un quadro giuridico generale volto ad affrontare tale problema.

Da qui la proposta di “Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio, recante disposizioni volte a prevenire e a gestire l’introduzione e la diffusione delle specie esotiche invasive.”

Tale documento mira ad istituire un quadro d’azione per prevenire, ridurre al minimo e mitigare gli effetti negativi delle specie esotiche invasive sulla biodiversità e sui servizi ecosistemici, puntando nel contempo ad attenuarne i danni sociali

Il testo, pur approfondendo principalmente quelle che sono le tematiche calde quali stipulare una lista delle specie alloctone diffuse e soprattutto definire azioni di controllo e intervento finalizzate alla  prevenzione, affronta in maniera generica anche la complessa tematica  della gestione delle specie esotiche invasive ampiamente diffuse. In particolare vengono illustrati gli obblighi necessari per contrastare le specie alloctone invasive di rilevanza unionale già presenti .

Emerge nel primo paragrafo come tali specie una volta iscritte nell’elenco degli esotici  invasivi di interesse unionale debbano essere oggetto di misure di gestione basate su un’analisi di costi/benefici. Inoltre tali piani d’azione e misure dovranno essere elaborati con l’effettiva possibilità di partecipazione e coinvolgimento del pubblico (direttiva 2003/35/CE.), inteso come una o più persone fisiche o giuridiche nonché, ai sensi della legislazione o prassi nazionale, le associazioni, le organizzazioni o i gruppi di tali persone in questo caso  coinvolti nel settore ambientale.

Tale serie di direttive avrebbero come effetto logico anche la riduzione dall’utilizzo della fauna esotica come risorsa commerciale.

In ultimo, riporto la descrizione della specie esotica tipo, a qualsiasi phylum appartenga, così come estrapolata dal testo della proposta di regolamento:

le specie esotiche invasive sono specie che, valicando le barriere ecologiche, sono trasportate, deliberatamente o accidentalmente, ad opera dell’uomo al di fuori del loro areale naturale, per poi insediarsi e diffondersi nei nuovi luoghi con effetti negativi non solo sulla biodiversità, ma anche sulla salute umana e sull’economia”.

E  dopo questa panoramica sull’onda del “ritorno alle origini”, premesso che l’introduzione di specie esotiche determina reali minacce biologiche, ma considerata la forte componente di deliberata diffusione delle forme ittiche alloctone, la loro valenza economica e ricreativa e tutti gli sforzi connessi ad un utopico traguardo di ritorno alla naturalità in panorama stravolto, viene da chiedersi se certi sforzi programmatici non siano eccessivi.

Chi realmente ha interesse a ritornare alle “origini”?