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Il respiro del Delta

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Pubblichiamo con grande piacere un articolo di Eleonora Vitagliano. Eleonora è geologa. Si è laureata nel 2002 all’Università di Roma La Sapienza e ha lavorato per molti anni a Milano, in una azienda del settore energetico. Successivamente ha iniziato un dottorato di ricerca in Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse all’Università Federico II di Napoli, dove ho approfondito il tema della subsidenza nel Delta del Po. Attualmente lavora a Roma, all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, e si occupa di temi di ricerca legati al sottosuolo dell’Appennino Meridionale.

Non capita spesso di fare un giro nel Delta del Po, questa terra periferica d’Italia, simile alla bocca dei pesci o alle punte delle frecce preistoriche, come quelle conservate nel vicino Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo. La terra del Delta è naturalmente umida, bagnata, e l’acqua è effettivamente così abbondante, che occorre l’azione dell’uomo perché non emerga nelle campagne. In questo territorio l’uomo ha collocato grosse pompe per aspirare l’acqua dal terreno, le idrovore, e ha costruito grandi muraglie per confinare mare e fiumi: gli argini costieri e fluviali. Proprio passeggiando su un argine costiero, ci si accorge, con stupore, che i pesci nuotano alla stessa altezza a cui volano gli uccelli (figura 1). Ma questo la gente del posto lo sa già…

Nel cuore del Delta c’è una cittadina chiamata Taglio di Po, che deve il suo nome al taglio fatto nel Seicento per deviare il grande fiume. In prossimità di questo centro abitato, la strada statale Romea, l’antica strada che nel Medioevo portava i pellegrini verso Roma, affianca una cintura di terra posta a quota più alta rispetto ai campi circostanti. A guardare bene, questo lembo rettilineo di terreno è costituito da antiche dune di sabbia e fino agli inizi del Seicento rappresentava un esteso litorale. Il litorale attuale si trova a decine di chilometri di distanza e ciò significa che la bocca del fiume ha spinto nei secoli la costa verso il mare, attraverso processi di trasporto e deposizione dei sedimenti (figura 2).

Lo spostamento verso mare che caratterizza il Delta, o movimento orizzontale, non è però l’unico visibile oggi nell’area. Grazie ad una piccola antenna GPS, che si trova a Taglio di Po, sul tetto di un capannone del Consorzio di Bonifica, è possibile monitorare anche gli spostamenti del suolo diretti verso il centro della terra, o movimenti verticali. L’antenna è più sofisticata di quelle disponibili per gli smartphone, ha una precisione millimetrica e registra le informazioni sugli spostamenti del suolo in modo continuo, giorno e notte. Proprio i movimenti verticali sono stati oggetto di uno studio realizzato negli ultimi anni da un gruppo di ricercatori dell’Università Federico II di Napoli e dell’Università di Padova e pubblicato recentemente sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Remote Sensing. La novità dello studio non sta nell’aver esaminato il già noto fenomeno della subsidenza, ossia il lento abbassamento del suolo, bensì nell’aver posto attenzione sulle oscillazioni lente del suolo, cioè gli ondeggiamenti verso l’alto e verso il basso che il terreno annualmente descrive in questa porzione centrale del delta (figura 3).

Prendendo in esame un periodo compreso fra gli anni 2011 e 2017, gli studiosi hanno osservato che il terreno ogni anno si alza durante l’estate e si abbassa durante l’inverno, descrivendo una oscillazione quasi regolare e dell’ampiezza di pochi millimetri. Gli autori si sono poi chiesti le cause di questi impercettibili movimenti e, analizzando i dati provenienti da diciannove stazioni di misura sparse in tutto il delta, hanno ipotizzato tre possibili meccanismi fisici:

  1. l’infiltrazione dell’acqua piovana nel suolo;

  2. l’infiltrazione dell’acqua fluviale negli strati più profondi del terreno;

  3. il peso dell’acqua fluviale sul letto del fiume e sulle sue sponde.

Per sciogliere il dilemma del meccanismo principale, hanno quindi utilizzato diversi modelli numerici che calcolano l’oscillazione del suolo per ogni meccanismo. Il confronto fra l’oscillazione modellata e quella osservata tramite il GPS ha permesso di dimostrare che il processo preponderante è l’infiltrazione dell’acqua piovana. Questo meccanismo è detto di carico idrologico e prevede un controllo sul moto del suolo da parte della stagionalità delle piogge. In particolare, nei periodi umidi, in presenza cioè di piogge locali abbondanti, il suolo, impregnato e appesantito dall’acqua piovana, subisce uno schiacciamento e, di conseguenza, la superficie terrestre si abbassa. Nei periodi secchi, in assenza di piogge o in presenza di una maggiore evaporazione, il suolo subisce un rigonfiamento e, di conseguenza, la superficie terrestre si solleva (figura 4).

I ricercatori concludono lo studio affermando che anche gli altri meccanismi hanno un ruolo nel controllo dei movimenti verticali del suolo. Questo controllo risulta tuttavia secondario e confinato a periodi specifici dell’anno, come ad esempio nelle fasi di piena fluviale. Infine, pur non arrivando a spiegare la totalità dell’oscillazione osservata dal GPS, lasciano aperta la possibilità che ci siano altri meccanismi minori, ancora del tutto ignoti, da ricercare e valutare.

Ma quali risvolti pratici può avere questo tipo di ricerca? Gli studiosi sono convinti che l’analisi dei meccanismi principali che agiscono su suolo e sottosuolo vicino ai corsi d’acqua può migliorare la conoscenza della vulnerabilità delle zone arginali e contribuire a ridurre il rischio di inondazione.

Certo è che le oscillazioni osservate dal GPS, quasi come un respiro del cuore del Delta, mostrano che questo delicato territorio è impercettibilmente dinamico e che il terreno reagisce, più di quanto si possa immaginare, agli effetti delle piogge e del clima. Questa considerazione finale ci mostra ancora una volta quanto i sistemi terra, acqua e aria sono interconnessi e fanno parte di un’unica e sapiente realtà.

Link all’articolo scientifico: https://www.mdpi.com/2072-4292/14/5/1126/htm