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Morto Gianni Celati, narratore delle grandi pianure

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Gianni Celati (foto Ansa / Andrea Merola)

Ieri a Brighton, in Inghilterra, è morto a 84 anni Gianni Celati. Viveva lì più o meno da trent’anni assieme alla moglie Gillian Haley, non aveva più voglia di rivedere Parigi che si rifiutava di riconoscere negli anni presenti, aveva perso ogni interesse per Londra dove “una volta nei luoghi della cultura non c’era nessuno e ora ci sono le macchine in terza fila”. Non pensava più a Bologna, probabilmente, dove invece era stato tanto importante per la formazione di tanti amici famosi e non.

A Bologna, lui che aveva tradotto per Einaudi l’Ulisse di Joyce dopo averci fatto la sua tesi di laurea, insegnava letteratura angloamericana al Dams. E’ di quel periodo, siamo alla metà degli anni Settanta, che ricordo il primo Gianni Celati della mia vita.

Dal confronto continuo con i suoi studenti, il suo seminario su Lewis Carroll si trasformò in un collettivo politico, una scuola di scrittura creativa, un cineclub, un concerto rock, un set psicanalitico. Così nacque Alice disambientata, un esperimento di scrittura collettiva senza riferimenti obbligati basata solo sulla condivisione.

E non è un caso se alla radio, nel bel mezzo di un inverno freddissimo e pieno di neve, si sentì su una frequenza disabitata una voce assolutamente nuova che, sulle note di  White Rabbit dei Jefferson Airplane diceva: “Radio Alice, Buongiorno. E’ lunedì 26 gennaio (1976).  Ieri nevicava. Stanotte c’era la luna e il 31 sarà piena. Siamo sotto il segno dell’acquario e i nati in questo giorno sono tendenzialmente azzurri, spiccata tendenza agli scioperi felici… Abbiamo occhi un po’ stralunati e i  nostri impianti sono sperimentali quanto noi. Ci  state ascoltando sulla frequenza di 100,6 megahertz e continuerete a sentirci a lungo, se non ci ammazza  i crucchi”.

Fu così che nacque Radio Alice, quella che fu poi chiamata “la radio del movimento”, la più lunga diretta radiofonica nella storia delle radio che nel marzo dell’anno seguente fu assaltata e sfasciata dalle forze dell’ordine che stavano, in quel marzo del Settantasette, riconquistando il centro di Bologna e presidiando con i carri armati l’Università.

Celati tradusse la Favola della botte di Jonathan Swift, cosa tutt’altro che facile. Tradusse e insegnò opere di Melville, London, Conrad, Stendhal e Céline e di Hölderlin.

Girò mezzo mondo e poi, proprio come tanti di noi, scoprì la nostra pianura, il nostro Grande Fiume, l’immenso Delta. Lo aiutarono in questa avventura, oltre alle origini ferraresi della sua famiglia, soprattutto amici come Cesare Zavattini di Luzzara e il fotografo Luigi Ghirri di Scandiano.

Il secondo Gianni Celati della mia vita è questo, il Narratore della Pianura per antonomasia tra tutti i Narratori delle pianure. Degli anni Ottanta è il suo girovagare, spesso usando Ghirri come guida e riferimento. “Andando in giro con i fotografi per paesi e argini in direzione del mare – diceva –  mi è venuto questo atteggiamento da innocente per cui tutti i posti sono interessanti. E mi sembra che tutti questi posti stiano invecchiando con me presentandomi un non immaginabile che sta dietro le parole che servirebbero per capirlo e raccontarlo”.

Un gaffista ante litteram, innamorato delle tracce degli altri nel momento che si mescolavano con le sue Verso la foce.

La sua produzione è sterminata ma se lo volete semplicemente vedere, e ascoltare la sua voce sempre mite semplice e puntuale, potete cercare la Strada provinciale delle anime e Mondonuovo su Yutube.

Non so quale dei due Gianni Celati della mia vita mi mancherà di più. Mi sono stati preziosi tutti e due.