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In Romania si processa la mafia del pesce

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La procura di Costanza non ha dubbi, il bracconaggio di matrice Est europea che negli ultimi dieci anni si è diffuso in tutta Europa, con base in Romania e Ungheria, non è altro che una strutturata organizzazione per delinquere: è Mafia del Pesce. Il gruppo, che aveva base nelle contee di Tulcea, Costanza e Valcea e protraeva i suoi tentacoli in tutto il continente, è oggi accusato di aver commerciato illecitamente “tonnellate di pescato marcio”, le cui carni non commestibili erano contaminate da metalli pesanti e interferenti endocrini, proveniente da acque inquinate. Come se non bastasse il pesce veniva catturato con tecniche vietate ed altamente invasive come veleni agricoli, corrente elettrica, chilometriche reti a tramaglio, e infine arrivava sui banchi dei mercati, e ristoranti, non solo quelli dell’Est.

Venti uomini sono accusati dai pubblici ministeri presso la Corte d’appello di Constanza di aver costituito un gruppo criminale, finalizzato a detenere, trasportare o vendere, senza documentazione alcuna, pesce o prodotti ittici, aver realizzato documenti falsi ed averne fatto uso. Il gruppo criminale era formato da cittadini rumeni che si recavano all’estero, aiutati da altri connazionali che si occupavano della vendita del pescato”, dichiarano pubblicamente le autorità rumene. Per anni l’organizzazione, strutturata e divisa in gruppi operativi, ha trasportato e commerciato decine di tonnellate di pescato insalubre e pericoloso per la salute dei consumatori. Il pesce è giunto sino alla grande distribuzione e pure nei mercati rionali delle grandi città italiane, tra cui Roma e Milano.

Le indagini hanno confermato che “la mafia del pesce pescava illegalmente in Italia, principalmente sull’asse del fiume Po, alcuni affiliati si trasferivano poi in Spagna, nei pressi del fiume Ebro e parte del gruppo si spostava in Francia, sul Ron. In tutte le zone di cattura (tranne in Italia n.d.r.) la pesca era vietata a causa dell’inquinamento delle acque e il consumo di pesce in questi luoghi è considerato un vero pericolo per la salute umana”.

Il PM Teodor Nita riferisce che “il pesce veniva pescato principalmente di notte, con mezzi illegali, soprattutto tramagli e apparecchi atti a elettrostordire. Veniva poi lavorato in luoghi inappropriati, come magazzini agricoli o garage, trasportato successivamente su furgoni da 3,5 t, che attraversano più facilmente il confine senza essere controllati, anch’essi non conformi alle condizioni di refrigerazione per tali prodotti. Il pesce marcio veniva infine lavato con l’aceto, o marinato per camuffarne il fetore”. Per garantire il trasporto nel continente, in frode alla legge, l’associazione disponeva di documenti falsi, utilizzava addirittura un timbro europeo contraffatto (il timbro ovale) che facilitava l’attraversamento dei confini.

Alla conferenza sul bracconaggio ittico tenutasi a Gonzaga, in occasione del Carpitaly 2020, il Procuratore della Repubblica rumeno, responsabile delle indagini Eurojust, chiese pubblicamente come fosse possibile che questo pesce insalubre arrivasse dall’Italia alla Romania, con tanto di firma del veterinario del mercato ittico che accertava la sua liceità e ne permetteva la vendita, mentre il pescato in questione era in realtà risultato contaminato da inquinanti, tossico per i consumatori, a seguito di analisi svolte nei laboratorio di Bucarest.

Nel frattempo tonnellate di pesce pericoloso e inquinato sono arrivate sui banchi dei mercati dell’Est Europa, ma anche su quelli nostrani, con certificazione di provenienza che indicava il generico “pescato in fiume Po”. “In Romania uno degli imputati ha costituito una società commerciale con sede a Hârşova, SC Italia Fish Logistic SRL, con la quale ha garantito il trasporto di pescato insalubre dall’estero. Tuttavia, gli investigatori affermano che questa società non disponeva di un’autorizzazione sanitario-veterinaria per il trasporto intracomunitario”.

Ogni abitazione stilizzata corrisponde ad una base operativa di pescatori illegali. All’apice del fenomeno criminoso, tra il 2012 e il 2016, centinaia di bracconieri risiedevano nei pressi dei principali fiumi e canali del distretto padano-veneto.

 

A seguito di tali fatti, le indagini della procura rumena hanno condotto, nel maggio 2019, all’individuazione di numerosi cittadini rumeni che avevano a che fare col traffico illecito di pesce, nonchè 150 perquisizioni domiciliari effettuate in Romania, ma lo stesso è avvenuto anche in Italia, Spagna, Francia. Mentre in Romania si processa la Mafia del Pesce e si vieta la commercializzazione del pescato inquinato proveniente dall’Italia, nel Bel Paese non si registra alcuna indagine in tal senso. Piuttosto che colpire l’organizzazione mafiosa, si continuano infatti a reprimere le singole condotte illecite di pesca illegale, secondo il blando Art. 40 L. 154/2016, che prevede una mera sanzione contravvenzionale. Allo stesso modo i mercati ittici italiani continuano a ricevere carpe, siluri e altro pescato di acque interne e lo distribuiscono ai mercati rionali e ai  supermercati locali, come se le analisi rumene effettuate sul pescato insalubre dei fiumi italiani non ci riguardassero.

Ancora una volta di fronte a fatti e criticità concrete, pare si preferisca far finta di nulla, per non turbare gli equilibri di un sistema, quello della pesca professionale in acque interne, che pare si regga su lacune, omissioni di controlli e illegalità dilagante.

LINK FONTE –
https://m.adevarul.ro/locale/constanta/cum-ajuns-zeci-tone-toxic-stricat-farfuriile-romanilor-Il-spalau-otet-si-l-vindeau-proaspat-1_610a5efa5163ec4271c74324/index.html?fbclid=IwAR11WrgFT-TImho4dd-ATiABombFEFRp6kuv0dkoDS0Tx3QMqpI2I4IfvMs.