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PNRR per una rinaturazione coordinata del Bacino del Po

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Immagine da newsfood.com

In questi giorni, l’Autorità di bacino del Po  ha giustamente evidenziato che il fiume in questo gennaio 2022 si presenta in piena magra e nulla lascia ben sperare per l’estate, le irrigazioni agricole, oltre al naturale e necessario “deflusso” ecologico di acqua.

Una situazione che si conosce da anni, un tema di attualità e di fondamentale importanza se visto in una ottica “di contesto” ambientale, ecologico, transattivo, produttivo, climatico e naturale.

Son 20-30 anni che purtroppo il fiume Po è stato sempre considerato come un malato da castigare, da limitare nel suo alveo, da arginare, da non toccare, soprattutto intervenire nell’alveo, sugli argini, negli spazi laterali e demaniali.

Sembra che con il piano-progetto inserito nel Pnrr Ue del 2021-2026 ci sia una saggia inversione di tendenza da un punto di vista tecnico, strategico, operativo, pianificatorio.

Da anni il fiume scava in alcuni punti oltre 5-10 metri di profondità rallentando la velocità del deflusso quindi il trasporto di inerti a valle e in stazioni di servizio e raccolta; contemporaneamente  ammassa 4-5 metri di altezza di rifiuti solidi degli affluenti e proprio dentro l’alveo alzando i fondali con il rischio delle esondazione con le alte portate.

Il Po è un fiume con portate altalenanti, non continue, dettate dalla portate degli affluenti alpini e appenninici. Soprattutto quegli alpini risentono della captazione dei grandi laghi lombardi, della mancanza di piogge e nevi sulle alpi, abbinati sempre più eventi occasionali disastrosi e calamitosi.

Due grandi affluenti come l’Adige e il Brenta poi sono autonomi, erroneamente mai considerati “dentro” il bacino fluviale padano, non solo del Po. Una visione strategica ampia che coinvolga tutti gli attori fluviali ambientali e naturali padani diventa un obbligo.

Oggi occorre pulire e dare spazio, oltre che consistenza e certezza dei manufatti nuovi, alle golene, lanche, casse di compensazione  che risultano chiuse o interrate: questo causa lo straripamento con il rischio di erodere gli argini artificiali costruiti.

Soprattutto la tratta Emiliano-Veneta è molto importante e molto a rischio, da Pontelagoscuro fino a Goro, da Chioggia fino a Porto Garibaldi. Non è più solo una questione organizzativa di avere un solo ente di controllo, pianificazione, gestione e cura del Delta, ma di aggregare ad esso anche i due fiumi veneti l’Adige e il Brenta in una ottica di programmazione integrata.

Uno degli aspetti fondamentali della situazione idromorfologica del fiume Po, come alveo e come corso d’acqua, è il rischio che la portata ridotta e la lentezza del deflusso (qualunque sia il fine di irrigazione o di deflusso ecologico) faccia salire il cono salino fino oltre Pontelagoscuro. Questo sarebbe un danno irreparabile sia per la fauna che per la flora, sia per le specie ittiche che per l’irrigazione agricola e per i pozzi di acqua potabile.

Il bisogno di desalinatori diventerebbe enorme. Le stesse colture agrarie dovrebbero cambiare o avranno bisogno di nuove scelte anche genetiche. Lo stesso habitat e ambiente muterebbe. Lo stesso alveo si abbasserebbe ancor più dovendo anche spiegare che “i pesci non volano più in alto degli uccelli”.

Questo è il progetto di  “rinaturazione & riordino”, collegato a interventi agricoli e turistici, che dovrebbe essere messo in pista secondo il piano pluriennale del Mite-Pnrr.

A Pontelagoscuro il fiume Po necessita di una regolare portata, soprattutto – come dicono i tecnici – non sotto i 450 mc al secondo. Impresa che non deve essere abbandonata.

Per questo che le necessità di Ferrara, Rovigo, Chioggia, Comacchio dipendono soprattutto dagli affluenti a monte,  dalla raccolta della abbondanza di acqua con il relativo misurato e controllato rilascio: questo comporta la realizzazione di un “sistema” di impianti naturali e costruiti che devono partire da un “riordino” dell’alveo del fiume.

Quello che è già stato fatto per la Senna, la Loira, il Reno, il Rodano….con le peculiarità della pianura padana. A monte di Mantova occorre definire un piano di raccolta dell’acqua piovana nei periodi di piena da poter rilasciare nei periodi di magra, sia invernali che estivi.

Questo consentirebbe anche una rivitalizzazione e ricambio di acqua e di materiali lungo la riviera balneare romagnola e veneta: disattendere anche questa necessità vuol dire mettere in crisi tutto il sistema turistico marittimo.

Ma anche il turismo culturale e paesaggistico del bacino o distretto fluviale è una risorsa economica che può prendere forza, metodo dal fiume stesso con tutte le attività collegate, dalle ciclopiste alla pesca, dalla ristorazione tipica, alla accoglienza sul fiume.

il Delta del Po in questo può esprimere un “albergo diffuso” unico, ben superiore a quello della Camargue  o del Danubio proprio per la ricchezza enogastronomica e di prodotti Dop e Igp.

Credo che un dibattito “veneto” sul tema sia molto importante non solo per questioni idrografiche, antropiche, bionaturali, pulizia degli inerti, trasparenza dei bandi, esclusione di interessi privati, organizzazione di una nuova occupazione sul fiume, un riuso e no spreco di una produttività biodiversa umida.

Il PNRR-Fiume Po prevede due missioni: una di strumenti strutture infrastrutture e rinaturazione attiva delle 37 aree + 8 aree del Delta già individuate. L’altra dedicata alla cultura, turismo, innovazione tecnologica, digitalizzazione, energie alternative che si deve “innestare”.

Per questo occorre un intenso e continuo dialogo  fra Autorità di Bacino e Agenzia interregionale, con il Mite, oltre alle imprese e i sindaci dei comuni rivieraschi, ma soprattutto delle proposte che possono scaturire dal Tavolo di Lavoro e dal Comitato Scientifico, già previsti. Come Aikal ci siamo. Pronti anche i nostri esperti, politici e amministratori locali?