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Poligono del Giappone, il mostro verde che infesta (da molti anni) il Po

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Bandita la crociata contro il poligono del Giappone, il mostro verde che infesta le sponde del Po. L’Aipo, l’agenzia interregionale per il Po, gli ha dichiarato guerra lo scorso mercoledì 18 gennaio, dopo che un suo monitoraggio – così scrive – ne ha confermato la presenza lungo l’intero bacino idrografico del fiume.

Ma ci voleva proprio un monitoraggio di conferma? Durante il Novecento, il poligono del Giappone si è diffuso come una peste in tutta l’Italia settentrionale.

Il poligono del Giappone, Reynoutria japonica per i botanici, è una pianta originaria dell’Estremo Oriente introdotta per scopi ornamentali. Le sue caratteristiche tuttavia sono mostruose davvero, a cominciare dal fatto che è praticamente invincibile ed immortale. Predilige le sponde dei fiumi ed è come Attila: dove arriva, tappezza il suolo e non permette che null’altro cresca.

La vita degli animali selvatici, piccoli e grandi, dipende dalla flora locale che, a differenza di quella esotica, è in grado di offrire nutrimento e riparo. Il poligono del Giappone crea in realtà un deserto, anche se questo deserto appare vestito di foglie e colorato di verde. Dunque la specie, oltre ad essere esotica o aliena (gli studiosi preferiscono l’aggettivo “alloctona”), è anche invasiva: significa che la sua rapida moltiplicazione causa dei danni.

L’esistenza in Lombardia di numerose popolazioni di poligono del Giappone è di pubblico dominio almeno dal 2014. Il Piemonte, nel 2017, ha redatto una cartina che ne certifica la presenza massiccia lungo tutti i maggiori fiumi della regione, compreso il Po. E’ in un numero di “Piemonte Parchi” dedicato alle piante esotiche invasive. Ma il poligono del Giappone ha conquistato mezzo mondo: lo si trova fra l’altro negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Svizzera.

La marcia trionfale del poligono del Giappone è dovuta al fatto che, al di fuori dell’area di origine, non ha nemici naturali. Le radici (i botanici le chiamano rizomi) sono molto lunghe, profonde e robuste: danneggiano manufatti ed opere idrauliche e sono difficili da estirpare. Se ne resta un pezzetto, riprende subito a produrre germogli. Nuove piante sono inoltre in grado di crescere da un frammento, anche molto piccolo, di radici o di fusto caduto sul terreno. Proprio in questo modo il Poligono del Giappone si è diffuso in Italia e in Europa.

Infatti il poligono del Giappone è una specie dioica. Significa per l’impollinazione e i semi sono indispensabili piante maschili e piante femminili. In Italia e in Europa sono presenti solo piante femminili. Tuttavia questo non ha minimamente ostacolato l’espansone, verificatasi in seguito allo spandimento accidentale dei frammenti.

Come se non bastasse tutta questa indomabile vigoria, il poligono del Giappone non muore neanche se trattato con i diserbanti. Gli esperti si accapigliano sul modo migliore per contenerne la diffusione: di eliminarlo, non osano parlare. Le pagine di NeoBiota, una rivista scientifica dedicata alle specie aliene invasive, hanno ospitato in proposito una vivace polemica ricostruibile – per chi ama il genere – a partire dall’ultima puntata.

Da NeoBiota si deduce che per una strategia efficace serve una manovra a tenaglia. Da un lato, sfalci ripetuti: badando però di non lasciare in giro neanche un pezzettino di fusto. Dall’altro, trattamenti periodici con un diserbante, in grado – almeno – di indebolire gradualmente la pianta e forse a lungo andare magari anche di stroncarla. Tuttavia i fiumi sono già carichi di diserbanti, che per le creature acquatiche non rappresentano certo un elisir di lunga vita.

Un’alternativa prevede di seppellire le radici del poligono del Giappone sotto una pacciamatura, per così dire, a tenuta stagna: con l’avvertenza però che esse riescono a sopravvivere, a quanto pare, per dieci anni. Si può anche intervenire con ruspe e picconi per asportare quanto più possibile le radici stesse: tuttavia in questo caso, prima di smaltire il terreno smosso o di farne qualsiasi altra cosa, bisogna setacciarlo più che bene, per intercettare qualsiasi frammento in grado di dar vita ad una nuova pianta. Inoltre, per quanto effettuata con scrupolo, l’estirpazione difficilmente sarà totale. Bisogna quindi falciare periodicamente, a intervalli ravvicinati, i getti che ne spuntano. Dopo un imprecisato ma non brevissimo numero di anni le radici non dovrebbero più emettere germogli.

Nonostante sia davvero un mostro verde, l’Attila del Po non è affatto brutto. Ogni sua popolazione è costituita da un insieme di cespugli – raramente se ne incontra uno solo – formati da canne nodose e molto fitte, alte fino a tre metri. La fioritura, candida e piumosa, avviene fra giugno ed agosto. Le foglie, vagamente cuoriformi e lunghe una ventina di centimetri, seccano insieme alle canne in autunno, lasciando il terreno esposto all’erosione.

Il poligono del Giappone non è certo l’unico vegetale esotico che disturba pesantemente la flora (e conseguentemente la fauna) lungo le sponde del Po. Si parla molto dei pesci alieni, immessi nei fiumi per la delizia dei pescatori ed ormai così numerosi da spingere verso l’estinzione i pesci italiani: ma anche le piante non scherzano. Sono ben presenti lungo le rive del Po lo spinacetto americano, la verga d’oro maggiore, la zucchina americana… C’è un mondo di problemi dietro a ciascuno di questi nomi. Almeno un monitoraggio non guasterebbe.