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Quei morti di Sardegna siamo tutti noi

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di Andrea Dal Cero

 “Io quello che dovevo fare l’ho fatto – dice a Nuoro Franco Gabrielli, capo dipartimento della Protezione Civile – ho fatto l’avviso di criticità.”

Insomma, Gabrielli afferma di aver avvisato chi di dovere cha stava per piovere, piovere tanto. “Adesso vedremo se anche gli altri hanno fatto quello che dovevano fare – continua il responsabile della Protezione Civile – quelli che stanno sul territorio e che hanno il polso della situazione”.

Sembra proprio che i territori, nel nostro Paese, si difendano con le dichiarazioni di allerta e si salvino con la promulgazione dello stato di emergenza.

Che le costruzioni abusive costituiscano ormai interi quartieri delle nostre città, che si costruisca sempre più vicino a coste e fiumi, che non si tenga più in alcun conto il rispetto e l’interpretazione del territorio, è tutta responsabilità e precisa volontà politica “di altri” di fronte ai quali niente di costruttivo si può fare.

I morti e gli sfollati della Sardegna presentano il conto allo sfascio amministrativo, urbanistico, territoriale e paesistico del Paese intero. Ma quei morti e quegli sfollati siamo noi. Noi che siamo sempre presi tra le buone intenzioni di chi non ha né voce né potere da una parte e gli interessi degli speculatori di ogni genere, colore e appartenenza dall’altra.

Una classe dirigente distratta e un sistema politico pervertito hanno nel tempo contribuito in maniera determinante a costruire un ambiente brutto e pericoloso di cui siamo prigionieri. L’hanno fatto con la giustificazione del mercato e una falsa concezione dell’urbanistica. Ci hanno ferito l’anima con tutte le bruttezze che sono riusciti a concepire e disseminare per il Paese, ci stanno uccidendo con la loro ottusità e mancanza di lungimiranza.

La manutenzione delle piccole opere e la messa in sicurezza di tutto il nostro territorio costerebbe più o meno quanto l’intera realizzazione della Tav Torino-Lione. L’intervento sui reali bisogni della gente e dei territori genererebbe un più che giustificato ottimismo, un’occupazione diffusa e allo stesso tempo locale, una presa di coscienza dei problemi ambientali. Darebbe un senso alla solidarietà e alla partecipazione di intere comunità, salverebbe vite umane, case, infrastrutture e realtà produttive.

Ma non si può fare. Non si vuole fare.

Molto meglio comperare caccia bombardieri e violentare inutilmente le montagne, molto più facile dichiarare che “tutto quello che dovevano fare l’hanno fatto”.

Mentre pensiamo con affetto e partecipazione ai morti della Sardegna, ricordiamoci del fragile equilibrio di tutto il Bacino del Po. Cominciamo a fare adesso quello che altrimenti dovremo dolentemente fare dopo. Evidenziamo le criticità, denunciamo le inadempienze, rendiamo pubbliche le nostre paure. E che non ci tocchi mai di dover dire dopo: “quello che potevamo fare non l’abbiamo fatto”.