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Tornano le trivelle davanti al delta del Po. Una fetecchia di gas e la subsidenza

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trivelle davanti al delta del po

Tornano le trivelle davanti al delta del Po. Di gas, in quella zona ce n’è giusto una fetecchia e l’estrazione, in passato, ha causato subsidenza, cioè un deciso abbassamento del livello del suolo. Il territorio fa tuttora i conti con questo fenomeno. Eppure il Governo intende permettere lo sfruttamento dei piccoli giacimenti in Adriatico situati ad almeno 9 miglia dalla costa, fra il 45mo parallelo e la foce del Po di Goro.

Questo, almeno, è ciò che ora si sa riguardo alle decisioni prese dal Consiglio dei Ministri durante la riunione di giovedì 10 novembre. I contorni diventeranno chiari con la pubblicazione del decreto legge e poi con la sua approvazione da parte del Parlamento.

L’ubicazione dei permessi di estrazione e di ricerca di gas avviati allo sblocco è riassunta nella galleria fotografica qui sotto. La prima immagine, da Google Maps, evidenzia la zona del delta compresa fra la foce del Po di Goro ed il 45mo parallelo, che è segnalato a Porto Tolle da un cartello. Nel mare antistante si potrà appunto trivellare a partire dalle 9 miglia dalla costa.

Dove sono, in quell’area, i giacimenti di gas? Cerca di rispondere la seconda immagine  della galleria, ricavata interrogando la cartografia e il database dell’UNMIG, Ufficio minerario del Governo. In rosso i permessi di estrazione del gas già concessi ma finora in freezer. In verde i permessi di ricerca del gas, anch’essi candidati allo sblocco nella medesima area e poi verosimilmente destinati a trasformarsi, almeno in parte, in permessi di estrazione del gas. L’area in verde scuro indica un permesso di ricerca che, seppur congelato, è già è sfociato in richiesta di estrazione.

La terza foto, sempre tratta dalla cartografia UNMIG, evidenzia in grigio le aree in terra e in mare finora ritenute non idonee all’estrazione. Anche qui, i permessi di ricerca del gas – vigenti ma bloccati – sono in verde. Il grigio, oltre le 9 miglia dalla costa, sembra in gran parte destinato a sparire.

Il tratto di Adriatico a Nord del 45mo parallelo continuerà a far parte delle aree in cui la trivellazione è vietata. Nel caso specifico, il motivo è non rischiare la subsidenza di Venezia.

Nel mare davanti al delta che il Governo intende aprire alle trivellazioni c’è un po’ di gas: ma ce n’è davvero poco. I dati vengono sempre dall’UNMIG. Non esiste una stima specifica per l’area davanti al delta del Po. C’è però la stima relativa all’intero Alto Adriatico, indicato come “Zona A” nel computo ministeriale: riserve certe di gas pari a 6,5 miliardi di metri cubi.

Il consumo annuo di gas dell’Italia è di 70 miliardi di metri cubi. Traduzione: le riserve certe dell’intero Alto Adriatico, se estratte per intero, sarebbero in grado i soddisfare il fabbisogno nazionale per circa 34 giorni. La quantità di gas estraibile davanti al delta del Po basterebbe solo per un’imprecisata frazione di questi 34 giorni. Può essere dunque descritta come una fetecchia.

Le riserve certe sono quelle che possono essere estratte e commercializzate con una probabilità superiore al 90%. Sempre nell’intero Alto Adriatico, altri 4,8 miliardi di metri cubi costituiscono le riserve probabili: quelle con probabilità di estrazione superiore al 50%. Infine ci sono 0,2 miliardi di metri cubi di riserve possibili, cioè che hanno una probabilità di estrazione inferiore al 50%.

Merita la pena azionare le trivelle davanti al delta del Po per così poco gas? Fino agli Anni 60, in Pianura Padana e nel Polesine sono state estratte significative quantità di gas. Ma quei giacimenti sono ormai esauriti e l’estrazione, nella zona del delta, ha causato un notevole abbassamento del livello del suolo: un paio di metri in una manciata di anni; in alcuni punti l’abbassamento è stato ben maggiore. La subsidenza indotta dalle attività umane si è aggiunta a quella naturale, pari ad appena 10-20 centimetri al secolo. Queste informazioni sono contenute in una pubblicazione datata 2017 del Consorzio bonifica delta del Po dedicata alle emergenze ambientali.

Il Governo dice che prima di accendere il semaforo verde ad una trivella si verificherà l’assenza di rischio subsidenza. Dunque non considera sufficienti le esperienze passate. E in ogni caso, chi può dire con certezza come è fatto il sottosuolo e come si comporterà davvero?

Subsidenza significa fra l’altro risalita più facile del cuneo salino nel Po, con gravi danni per l’agricoltura; tendenza all’impaludamento del territorio; inondazioni (e relativi danni) più facili in caso di piogge copiose.

Il Consorzio bonifica delta del Po nel 2016 stimava in 2,2 milioni di euro all’anno le bollette dell’energia elettrica per il funzionamento delle idrovore deputate a mantenere all’asciutto il territorio. E le bollette del 2016 erano assai meno feroci di quelle attuali.

Oltretutto la subsidenza si manifesta con anni di ritardo rispetto alle cause che l’hanno originata. Se anche si interviene, è ormai troppo tardi per bloccarla. Per questo le trivelle davanti al delta del Po hanno provocato una levata di scudi.

Contrario il governatore del Veneto, Zaia, che pure è sostenuto da una maggioranza omogenea a quella del Governo di Roma. Contrari i Consorzi di bonifica: fanno notare che un ulteriore abbassamento del livello del suolo rischia di mettere a repentaglio le costose opere idrauliche grazie alle quali il territorio si mantiene coltivabile ed abitabile. I sindaci della zona preparano i ricorsi. Il Parco del Po è pronto alla battaglia legale.