Home Flora e fauna del Po Un ritorno alle origini? La lampreda padana

Un ritorno alle origini? La lampreda padana

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Prendiamo come riferimento il più generico modello di pesce che ci venga in mente: corpo ricoperto di scaglie, pinne pari evidenti, un paio di robuste placche, gli opercoli, che proteggono le branchie, articolati allo scheletro osseo di un animale la cui forma e posizione delle mascelle ci danno valide indicazioni sulla dieta ed ecologia. Ora eliminiamo tutti questi elementi, bruciando in un sol colpo milioni di anni di evoluzione macroscopica, per trovarci di fronte alla lampreda padana, Lethenteron zanandreai (Vladykov, 1955).

Un corpo cilindrico nudo, carnoso, ricoperto di muco, articolato su un primitivo scheletro cartilagineo, nessuna traccia di pinne pelviche e pettorali, due serie di fessure branchiali e totale assenza di mascelle. Un ciclostoma, una bocca a disco, un imbuto munito di dentelli cornei e privo di articolazione, “montato” su un corpo anguilliforme dalla pelle traslucida, segmentato in fasci muscolari regolarmente alternati. Niente vescica natatoria, niente coste, il cranio fuso direttamente alla colonna flessibile. Una creatura dalla struttura incredibilmente primordiale, filtrata fino ad oggi attraverso le strette maglie della selezione naturale. Sebbene il “piano strutturale” della specie ci riporti verso i primordi della vita stessa dei vertebrati, le evidenze sono chiare, esiste e, in quanto tale, per definizione, ha un suo habitat che la definisce, che ne connota le più profonde peculiarità peculiarità ed esigenze. È quindi impensabile non ritenerla adattata e non notare gli interessanti meccanismi evolutivi che fanno di questo animale una specie prettamente d’acqua dolce.

Le dimensioni degli adulti si attestano sulla quindicina/ventina di centimetri. Hanno una vita breve, orientata verso la riproduzione. Diversamente da altre lamprede, la lampreda padana non è una forma parassita. Non si alimenta e, negli adulti, l’intestino risulta regredito. Lo stesso nome che ne identifica il genere, Lethenteron, significa semplicemente intestino pigro, inattivo. Gli animali terminano la loro vita con la frega, deponendo in fondali ghiaiosi. Dalle uova si sviluppano le forme larvali, gli ammoceti, corpi vermiformi privi di occhi, che, spinti passivamente a valle, trovano condizioni idonee in fondali fangosi e maturano filtrando a livello branchiale “prede” microscopiche e materiale organico, muovendosi nel sedimento molle, infossati in un mondo senza luce. Questo avviene per anni, fino al passaggio alla fase adulta, definito metamorfosi.

Un aspetto tanto preistorico quanto “alieno”, degno di un film di fantascienza anni ottanta, per una forma decisamente indigena, rara e minacciata, legata ad ambienti ben circoscritti. Si tratta di pesci reofili (necessitano di acque ben ossigenate), ma sensibili ad escursioni termiche elevate. Vengono quindi rinvenuti lungo risorgive, anche a bassa quota, o in fiumi e torrenti in zone tipicamente a ciprinidi reofili/salmonidi, caratterizzate da un forte contributo di flussi sotterranei, di sub-alveo, che vengono a calmierare ingenti variazioni di temperatura.

La specie è inserita nella Convenzione di Berna (appendice 2) e nella Direttiva Habitat (in allegato 2 e 5) e considerata a minor rischio nella classifica IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) che ne descrive un areale piuttosto vasto. Infatti, sebbene il nome comune possa trarre in inganno, non si tratta di una specie endemica, esclusiva dell’area padana. Risalendo lungo il versante adriatico, incontriamo popolazioni in Friuli Venezia Giulia, quindi nei bacini balcanici della Slovenia e della Croazia. La presenza di questi nuclei, a cui si sommano popolazioni speculari rinvenute nelle Marche, è indizio di una specie originariamente distribuita lungo il paleo-bacino di un antico fiume Po che, in epoca di glaciazioni, curvava verso sud e arrivava a trovare la linea di costa in Centro Italia, guadagnando i suoi tributari anche dal versante balcanico, oggi liberi di trovare sfogo diretto in Adriatico.

Come spesso avviene, guardare la distribuzione di una specie sensibile, strettamente d’acqua dolce e priva di interesse sportivo e commerciale ci racconta un pezzo della storia del nostro territorio e, in questo caso, l’evoluzione di quello stesso fiume che oggi chiamiamo Po. Chissà, mappe alla mano, potremmo astrattamente tentare di identificare altri luoghi dove qualche popolazione sopravvive o sopravviveva alla latitudine più bassa. E’ comunque opportuno considerare sempre le transfaunazioni accidentali, ossia semine involontarie causate dal movimento di carichi di trote, che potrebbero essere state all’origine di determinate popolazioni isolate o altrimenti difficilmente spiegabili.

Dopo queste belle fantasie guardiamo alla realtà dei fatti, in fondo quante volte l’abbiamo vista, quante volte ne abbiamo sentito parlare? Per la lampreda padana ci aspettiamo una distribuzione incredibilmente frammentata, con popolazioni cancellate dall’inquinamento e, ancor prima di parlare dell’impatto della fauna esotica, possiamo concentrarci sulla distruzione degli ecosistemi di risorgiva, sulla loro banalizzazione, su averne fatto dei fossi di scolo fra asfalto e deserti agricoli. Spesso troppa enfasi va ad una stereotipata lotta fra specie “buone” e “cattive” e troppo poca attenzione alla conservazione degli habitat, per quello che il termine realmente significa.

Un ringraziamento al Dottor Andrea De Paoli per le foto a corredo dell’articolo.